Addio a D’Amico, testimone dell’eccidio

Gessopalena. Giuseppe, 95 anni, era a Sant’Agata nel ’44 quando i tedeschi uccisero 36 civili
GESSOPALENA. Era un sopravvissuto della strage di Sant’Agata. Giuseppe D’Amico è morto all’età di 95 anni dopo una lunga vita di lavoro agricolo circondato dall’affetto dei suoi cari. Ma i cari che lui non ha più visto morirono quella mattina del 21 gennaio 1944, a un centinaio di metri dalle masserie di Sant’Agata. La sua famiglia aveva abbandonato l’abitazione di Santa Giusta di Torricella Peligna per le scorrerie dei tedeschi e per le ritorsioni temute dopo l’uccisione di un paio di militari da parte di un giovane contadino, Nicola Di Luzio, poi arruolatosi nella Brigata Maiella. La famiglia D’Amico si era rifugiata in una masseria di Colle Carbone, a Gessopalena, dove Giuseppe conobbe la sua futura moglie, Berardina.
La mattina del 21 gennaio il fratello Silvio decise di tornare a Santa Giusta per prendere le provviste. Con lui si avviarono, sotto la neve, la moglie Angela, la sorella Maria, Giuseppe ed un conoscente, Nicola. Su un rilievo poco distante da Sant’Agata furono bloccati da una pattuglia tedesca. Due militari li tennero sotto tiro di schiena mentre gli altri raggiunsero le masserie che vennero incendiate e minate con tutte le persone dentro.
I D’Amico sentivano i colpi di mitraglia, gli scoppi delle bombe e le urla di quella povera gente. Dopo un po’ videro tornare gli altri tedeschi. Uno di questi diede l’ordine ai due rimasti di guardia ai fermati: “Kaputt!”. Giuseppe saltò giù lungo un dirupo tra ginestre e qualche albero mentre sentiva i colpi di mitra falciare gli altri e un proiettile sfiorargli la testa. Il primo ricordo di quei momenti di terrore fu il colpo che fracassò il capo di Silvio. In questi ultimi anni ha raccontato diverse volte quell’episodio e, ogni volta, si emozionava, balbettava e piangeva. Tornava, se accompagnato, sul luogo dell’agguato, e ne ricostruiva i momenti. Diceva che il loro conoscente accompagnatore, “Nicola di Santarielle”, si era salvato perché aveva sospettato qualcosa e si era allontanato prima dell’incontro con i tedeschi; ma era rimasto così scioccato che «gli venne una febbre a freddo», e morì un anno dopo. Lui, invece, non riusciva più a parlare, e passò un periodo in una struttura logopedistica vicino Roma per recuperare l’uso della parola. Pochi anni dopo sposò Berardina e mise famiglia stabilendosi nella masseria di Colle Carbone. I funerali ieri a Gessopalena e la tumulazione a Torricella.
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