Addio a Di Marzio, fece grande l’Abruzzo

29 Marzo 2015

Anche Carlo Toto ai funerali dell’imprenditore del calcestruzzo morto a 84 anni. De Cinque: amava la gente operosa

CHIETI. Futuro e passato si incontrano sull’altare nelle parole di Benedetta che parla a stento, per la commozione, e dice al nonno Dante: «Sei ancora vivo in ognuno di noi». E nella frasi di Germano De Cinque, dedicate «all’amico della gente operosa che, con il padre Rocco ha fatto grande la nostra città».

Nella cattedrale di San Giustino, ieri pomeriggio, oltre 600 persone, imprenditori, politici e gente comune, hanno dato l’addio a Dante Domenico Di Marzio, l’industriale del calcestruzzo che, con le sue opere, portò l’Abruzzo nel centronord, quando l’Italia del dopoguerra rialzava la testa e si rimetteva in moto operosa e dinamica. Lui c’era insieme a tanti volti che ieri affollavano il duomo. Volti antichi dell’Abruzzo che sapeva creare prospettive e dare l’esempio ai giovani che, come Benedetta, lo hanno raccolto e adesso piangono per dire grazie. É sincera la commozione di chi è in chiesa. Di Carlo Toto quando si avvicina alla signora Clotilde, e eppoi ai figli Rocco, Roberto e Fabio, e stringe le loro mani.

Uno alla volta, dopo il più potente degli imprenditori teatini, sfilano tanti nomi di mondi diversi, ciascuno dei quali rappresenta una parte degli 84 anni di vita di Dante Domenico Di Marzio: Mario Di Nisio e Mario Falconio per quella che era la Carichieti presieduta dal 1977 al 1981 dall’imprenditore scomparso.

Poi Calogero Marrollo e la figlia Antonella, Angelo De Cesare con i figli Paolo e Federico, Gennaro Zecca, Roberto e Gianni Di Vincenzo, Daniele Becci e Paolo Primavera, Gianni Di Cosmo e il fratello Luciano, Gennaro Strever, Domenico Merlino e tanti altri.

Quindi la politica, di destra e di sinistra, troppo giovane però per ricordare quei tempi d’oro, di anni del boom economico, che videro Dante Domenico correre sulla cresta dell’onda, e sulla scia del padre, per realizzare le infrastrutture più grandi dell’Abruzzo moderno.

Opere come l’autostrada per Roma, i porti di Ortona e Pescara, le stazioni ed i palazzi dell’economia e del potere.

Gli anni cioè della Dc gaspariana di cui restano in pochissimi. Come l’ex senatore De Cinque che dall’altare dice «Voleva un funerale semplice, senza discorsi, il mio amico Dante». Eppoi coglie un aspetto chiave di Di Marzio: la sua capacità di guidare la rinascita di Chieti restando sempre in seconda linea.

Semplice ed umile come la carezza che infine Carlo Toto fa alla bara dell’amico scomparso.(l.c.)