Addio a Liberati, un medico sognatore

8 Gennaio 2015

Villamagna, Santa Maria Maggiore gremita. Il governatore D’Alfonso: bisogna ricordarlo con l’intitolazione di una piazza

VILLAMAGNA. É stata la banda di Pianella sulle note di “Una lagrima sulla tomba di mia madre”, marcia funebre del compositore siciliano Amedeo Vella, ad accompagnare ieri pomeriggio l’ingresso della salma di Romano Liberati nella bella chiesa di Santa Maria Maggiore della sua Villamagna. L’aveva confessato lui al sindaco Sergio De Luca di apprezzare molto l’idea di una banda come accompagnamento a un rito funebre. Un desiderio implicito per una tradizione antica che è stato esaudito per commemorare un uomo che «aveva l’innocente vizio del troppo sognare» ha detto don Giulio Masciarelli, parroco della chiesa XII Apostoli di Chieti Scalo, legato a Romano Liberati medico, politico ma soprattutto uomo generoso, da una profonda amicizia. «Mi disse», ricorda don Giulio, «che quando fosse arrivato il momento avrei dovuto donargliela io l’omelia».

La chiesa è gremita di gente comune, del paese, amici, pazienti riconoscenti nei confronti di un chirurgo, (allievo di Valdoni ndr), «che con la sua mano ha prolungato la vita a tanti di voi», osserva il concelebrante, parroco di Santa Maria Maggiore, Oreste Frane.

Tra tanti volti sconosciuti ai più, ma che per il dottor Liberati hanno rappresentato un nome, una vita di cui occuparsi, quasi si confonde chi è venuto per dovere istituzionale. Anche se questa volta i politici presenti (i sindaci di Chieti Umberto Di Primio di Ari Marcello Salerno, l’ex sindaco di Villamagna Mario Nanni, i primi cittadini di Miglianico Fabio Adezio e di Vacri Piergiuseppe Mammarella e di Ripa Ignazion Rucci) lo hanno voluto ricordare fuori dai protocolli d’occasione, e lo sottolinea l’attuale sindaco De Luca, sinceramente convinti di dover rendere onore a un «uomo di fede», socialista di siloniana memoria, per dieci anni amato sindaco di Villamagna, consigliere eppoi assessore regionale della giunta Salini. Ed è tra tutti il presidente della Regione Luciano D’Alfonso a fare da portavoce a un pensiero comune. Il governatore ricorda di averlo conosciuto 31 anni fa (quando gli fu presentato dal chirurgo Pino Bongarzoni) e a lui riconoscente sul piano personale.

«La sua esperienza di vita va tesaurizzata da una comunità che ha bisogno di diritto, di fede ma necessita anche della memoria dalla quale si assumono esempi di una vita. Lui si è fatto riconoscere, in una disponibilità senza limite», dice D’Alfonso, «Aveva delle regole dentro di sé che non si sono esaurite nella cerchia della sua famiglia, ma di molte famiglie, in diversi territori».

Nel proporre l’intitolazione a Liberati di uno spazio dell’ente Regione, il governatore fa riferimento alla grande dignità mostrata da Liberati, «che ha incontrato una cattiva giustizia», quando incappò nella inchiesta che travolse la Regione di Salini, ma che lo riconobbe poi del tutto estraneo.

Tutti si sono stretti al grande dolore della moglie Nara «verso la quale provava un profondo amore», ricorda don Giulio, i figli Maria Carla, Elisabetta e Franco, i nipoti e i parenti. E per loro si fa portavoce in un ricordo commosso il nipote Gianni Spuri (figlio di una sorella). «Te ne sei andato in silenzio, come al tuo solito. Ci ha insegnato l’amore per gli altri, sei stato un arricchimento per la famiglia. Ciao zio Romà».

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