Affitti delle case popolari Al via controlli sui redditi

23 Aprile 2018

Verifiche dell’Ufficio casa del Comune sulle dichiarazioni Isee di 327 assegnatari Canoni aumentati a chi paga troppo poco e stretta su chi non ha diritto all’alloggio

CHIETI. C’è chi ha visto passare l’affitto mensile delle case popolari del Comune da 29 a 75 euro. Le lamentele sono arrivate da più parti, ma non si tratta di un aumento delle tariffe (fissate da una legge regionale e dunque inderogabili) quanto di un ricognizione sui redditi degli affittuari. Gli inquilini dovrebbero comunicare ogni variazione del proprio reddito, in base al quale si ha diritto all’alloggio comunale e si paga un determinato importo mensile. Ma molti spesso se ne “dimenticano”, continuando magari a pagare un affitto più basso di quanto spetterebbe loro. L’Ufficio casa del Comune, però, per volontà dell’assessore alle Politiche della casa Maria Rita Salute, ha deciso di stanare i furbetti avviando una ricognizione sui redditi dei 327 assegnatari. Tante sono infatti le case popolari del Comune, mentre l’Ater in città ne gestisce altre 1.076. Sono invece 129 i teatini nella graduatoria del bando delle case popolari a cui hanno fatto domanda in 198. Sono infine 143 i residenti iscritti nella graduatoria per l’emergenza abitativa, per cui sono arrivate 305 domande. Secondo la legge regionale si ha diritto a una casa popolare se si ha un reddito inferiore ai 16.551 euro annui. Un eventuale aumento di reddito consente la permanenza in un alloggio popolare solo se non si superano i 28.964 euro. L’amministrazione comunale, soprattutto in questo periodo particolarmente difficile dal punto di vista economico, non può permettersi di chiudere un occhio sulle morosità degli inquilini. E così ha deciso di far pagare il dovuto a tutti. E soprattutto ha intenzione di scovare chi non ha diritto a vivere in un alloggio popolare. La ricognizione dei redditi serve anche a questo. Gli uffici hanno scoperto, ad esempio, persone non residenti che occupano un alloggio comunale, cosa che non dovrebbe essere possibile, visto che la residenza è requisito principale per l’assegnazione. Ma lo stratagemma più comune per continuare a stare in una casa comunale pur non avendone più diritto è quello della separazione tra i coniugi. In pratica, si finge una separazione e si intesta alla moglie separata beni immobili (generalmente una seconda casa fuori dal territorio cittadino). La moglie separata cambia anche residenza, ma poi continua a vivere tranquillamente sotto lo stesso tetto del marito. I coniugi, cioè, continuano a essere una famiglia, ma dal punto di vista del reddito questo non risulta. Secondo la legge, però, se la famiglia è in grado di acquistare una casa, deve lasciare l’alloggio popolare a chi ne ha reale necessità.
Un altro problema è quello delle occupazioni abusive. Attualmente sono solo 3 gli alloggi occupati abusivamente. Il Comune è riuscito a contenere il fenomeno. Come? «Se il sistema è virtuoso, se cioè il Comune applica la legge in maniera puntuale e precisa», dice l’assessore Salute, «sono gli stessi inquilini a riferirci strani movimenti, con segnalazioni a cui abbiamo assicurato l’anonimato».