Aggressione a Daita, chiusa l’inchiesta

6 Febbraio 2016

Per la procura resta un solo imputato ma i pugni sferrati furono due. Spunta un nuovo elemento: «La vittima provocò»

CHIETI. Due pugni, un solo imputato e un nuovo elemento investigativo, quello della provocazione. La procura ha chiuso l’inchiesta sulla feroce aggressione a Simone Daita, 54 anni, giornalista teatino che, nella notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2015, venne ridotto in fin di vita per una sigaretta negata.

Quasi un anno fa, Simone cadde in coma. Le sue condizioni sono rimaste aggrappate a un filo di speranza per mesi. Quei due pugni, scrive ora il consulente della procura, Cristian D’Ovidio, gli hanno causato «una grave compromissione neurologica». Per il sostituto procuratore, Giuseppe Falasca, c’è un solo responsabile di quell’atto di violenza avvenuto in pieno centro della città. Sott’accusa è rimasto solo lui, il giovane teatino Emanuele D’Onofrio, 24 anni, difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto, al quale il pm contesta le lesioni personali con l’aggravante del danno insanabile. Ma nell’avviso di conclusione delle indagini compare per la prima volta un nuovo elemento. «D’Onofrio, nel difendersi dall’aggressione subìta da Daita», scrive il magistrato, «eccedeva deliberatamente nella difesa perché, raggiunto al mento da un pugno, percuoteva a sua volta l’altro colpendolo con i pugni su entrambi gli zigomi». L’elemento nuovo è chiaro: è come se il giovane sott’accusa avesse agito per legittima difesa ma la sua reazione è risultata nettamente sproporzionata rispetto a quanto aveva subìto. A tal punto sproporzionata da ridurre Daita in gravissime condizioni. E tutto ciò è accaduto nella centralissima piazza Vico, davanti all’ingresso del bar Bon Bon, per una sigarette negata al giornalista, sempre secondo la ricostruzione dei fatti eseguita dalla procura attraverso gli investigatori della Squadra Mobile che hanno raccolto sette testimonianze, tutte concordanti nel non inserire nella vicenda altre persone al di fuori di D’Onofrio e Daita.

Ma nessun teste ricorda il numero dei pugni sferrati o dice di averli visti dare. In questo caso è solo la consulenza medico legale a venire in aiuto del pubblico ministero perché D’Ovidio parla di «non meno di due pugni». Il consulente ricostruisce anche la dinamica dei colpi sferrati dal giovane ormai imputato, visto che la procura ha definito il capo d’accusa. Ma resta la grande contraddizione nel racconto che D’Onofrio, di fatto reoconfesso, fece davanti al magistrato a maggio di un anno fa.

Il giovane teatino disse di essere stato colpito per primo e quindi di aver risposto sferrando però un solo pugno a Daita.In realtà per la procura non è andata così.