Aggressione razzista: 24enne condannato

14 Febbraio 2024

Inflitti due anni e mezzo al barbiere Matteo Iacone. L’ingegnere vittima del pestaggio: «Non mi ha mai chiesto scusa»

CHIETI. «Il mio aggressore non ha mai chiesto scusa, né ha cercato un contatto. No, non posso perdonarlo». Oliviero Tahir, 50 anni, nato a Napoli da genitori somali, è l’ingegnere preso a calci, pugni e testate la notte del 23 luglio 2022 a Chieti Scalo, in via Colonnetta. Le sue parole arrivano poche ore dopo che Matteo Iacone, 24enne barbiere teatino, l’autore del pestaggio identificato dai carabinieri, è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione e al risarcimento dei danni, per 7.000 euro, perché accusato di lesioni personali, «con l’aggravante del fatto commesso da più persone riunite», e di minaccia, «con l’aggravante di aver commesso il fatto per finalità di odio e discriminazione razziale». La sentenza pronunciata dal giudice Luca De Ninis arriva con il rito abbreviato: significa che l’imputato ha potuto beneficiare dello sconto di un terzo della pena. La procura (in aula il pm Marika Ponziani) aveva chiesto un anno e sei mesi.
LA RICOSTRUZIONE
Quella notte, dopo l’una e mezza, l’ingegnere stava tornando a casa insieme alla compagna quando, dopo aver lasciato la macchina nel parcheggio privato di un condominio, ha visto uscire dal palazzo un ragazzo. «Quel giovane», ha raccontato il 50enne davanti ai carabinieri della stazione di Chieti Scalo, «nell’uscire dal portone, si stava sistemando i pantaloni, dando l’impressione che si fosse recato all’interno dell’atrio condominiale per un bisogno fisiologico». Alla richiesta di spiegazioni, il giovane – che poi i militari identificheranno nel barbiere – ha rivolto all’ingegnere una serie di insulti irripetibili. «Successivamente», ha ricostruito ancora la vittima, «lui mi si è avvicinato e mi ha colpito con una testata direttamente al volto, tanto che ho perso i sensi per alcuni istanti». L’uomo è caduto a terra ed è stato colpito anche con una raffica di calci sia dal principale aggressore che da due suoi amici (allo stato non individuati).
LA TESTIMONIANZA
È stata la compagna della vittima ad aggiungere il dettaglio delle frasi a sfondo razziale, inducendo la procura a contestare la specifica aggravante che prevede l’aumento della pena fino alla metà. «Tu non sai chi sono io: ti ammazzo, ti faccio a pezzettini, negro di m..., so dove abiti», sono state le parole pronunciate da Iacone. La donna ha aggiunto che il barbiere è saltato addosso al 50enne, ormai sull’asfalto privo di sensi, colpendolo anche con alcuni pugni. Un complice ha partecipato fattivamente al pestaggio, mentre un terzo ragazzo ha «aizzato gli amici all’aggressione. Fortunatamente, il mio compagno è riuscito a divincolarsi, anche grazie all’intervento del titolare di un bar vicino. Mentre intendevo chiamare le forze dell’ordine, i tre ragazzi si sono allontanati».
IL COMMENTO
«Sono soddisfatto della sentenza, perché chi mi ha colpito con rabbia e odio è stato giudicato colpevole», dice adesso Tahir, assistito dall’avvocato Umberto Di Primio. «Al tempo stesso, resta un po’ di amarezza perché non è stato riconosciuto il nesso tra l’aggressione che ho subito e l’intervento all’anca che sono stato costretto ad affrontare. Di fronte a una situazione del genere, nella quale ogni mattina sono obbligato a fare i conti con dolori fisici fortissimi, non si può di certo affermare che io sia uscito bene da questa vicenda. In altre parole: non ci sono né vinti, né vincitori. Da parte dell’imputato, ho notato solo menefreghismo puro. Ma non mi stancherò mai di ripetere che Chieti non è una città razzista. Vivo qui con la mia compagna, ormai da tre anni, e non ho vissuto nessun’altra esperienza negativa. Mai nessuno mi ha insultato per il colore della mia pelle, mai nessuno mi ha guardato con gli stessi occhi del ragazzo che mi ha aggredito. Sarebbe ingiusto condannare un’intera città per il gesto di un singolo».
LA DIFESA
Iacone, difeso dall’avvocato Mauro Faiulli, ha sempre sostenuto di essersi difeso dalle azioni dell’ingegnere. «Leggeremo le motivazioni», dice il legale, «poi decideremo se presentare appello».
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