Agnello ungherese spacciato per locale

30 Marzo 2024

La scoperta su internet da parte dei carabinieri forestali di Chieti: multa di 4mila euro a un centro di distribuzione carni

CHIETI. Agnello ungherese spacciato per locale. La scoperta è stata fatta su internet dai carabinieri forestali di Chieti: il prodotto era stato pubblicizzato in modo ritenuto ingannevole. Ma l’intervento dei militari del Nucleo investigativo di polizia ambientale, agroalimentare e forestale (Nipaaf), impegnati in una campagna di controllo sulla vendita online, ha evitato che i consumatori continuassero ad acquistare – soprattutto in vista del pranzo di Pasqua – carne proveniente dall’estero con la convinzione che fosse abruzzese. Nei confronti di un centro di distruzione carni del Chietino è scattata una sanzione amministrativa di 4.000 euro.
I militari hanno individuato, sul sito aziendale, confezioni sotto vuoto di agnello, con indicazioni che enfatizzavano esclusivamente la «macellazione locale», senza riportare l’origine dell’ovino, come previsto dalla norma. Poiché a una lavorazione in un’azienda abruzzese non necessariamente corrisponde l’origine nazionale dell’agnello, come potrebbe intendere il consumatore, i carabinieri si sono recati immediatamente nella ditta al fine di verificare la provenienza della carne. Esaminata la documentazione sulla tracciabilità ambientale, il Nucleo investigativo ha accertato come quel prodotto arrivasse dall’Ungheria.
«In base al regolamento di esecuzione dell’Unione europea», spiegano i carabinieri forestali del gruppo di Chieti, «per la specie ovina e caprina è obbligatorio indicare il nome dello Stato membro o del Paese terzo in cui si è svolto l’ultimo periodo di allevamento di almeno sei mesi, o, nel caso in cui l’animale abbattuto sia di età inferiore a sei mesi, dello Stato membro o del Paese terzo in cui ha avuto luogo l’intero periodo di allevamento. In caso di vendita a distanza, le informazioni relative all’origine dell’alimento e alle altre indicazioni obbligatorie devono essere disponibili prima della conclusione dell’acquisto, al fine di consentire una scelta consapevole del consumatore».
Il tenente colonnello Marco Santilli, comandante del Nipaaf teatino, aggiunge: «Non sempre le condotte illecite nel comparto agroalimentare integrano il reato di frode in commercio. Sono molto comuni pratiche sleali di informazione, principalmente sull’indicazione dell’origine degli alimenti. Un’etichettatura realizzata senza il rispetto della normativa comunitaria e una pubblicità ingannevole possono orientare la scelta del consumatore, che solitamente è disposto a pagare di più per un prodotto interamente made in Italy». (g.let.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.