Alimonti, speranza per 60 operai

15 Giugno 2014

Nel concordato la clausola sul loro rientro. Sindacati cauti: in agosto scade la cassa integrazione

ORTONA. Un gruppo di aziende pronte a rientrare nel mercato con l'impiego dei dipendenti tuttora assunti, così come ne erano uscite per ragioni del tutto slegate dalla crisi internazionale del 2007 che in Europa aveva di fatto risparmiato il settore alimentare. E molto legate invece ai dissidi tra proprietà e banche, che nel 2010 cominciarono a chiudere i rubinetti del credito alla famiglia Alimonti. Su queste premesse c'è attesa per l'esito della prima asta sui due stabilimenti abruzzesi del Molino Alimonti indetta nell'ambito del concordato preventivo, l'accordo tra i creditori che muove così i primi passi dopo l'omologazione avvenuta quasi sei mesi fa, dicembre 2013, al tribunale fallimentare di Chieti. Se l'apertura dei plichi delle offerte l'8 luglio nello studio del notaio Giovanni Plasmati dovesse sortire proposte di acquisto o di acquisizione in fitto in linea con il concordato, si spianerebbe la strada alla riapertura delle attività nei due stabilimenti di Caldari di Ortona e Guardiagrele. E per i circa 60 dipendenti tuttora in forza alle aziende, attualmente in cassa integrazione speciale, si avvicinerebbe dopo due anni di chiusura (la produzione è cessata a Caldari nell'agosto del 2012) una prospettiva di ritorno al lavoro.

Il fronte occupazionale è il vero termometro degli sviluppi di una vicenda, visto che una sua messa in moto sarebbe il segnale concreto della riuscita di un'operazione in cui c'è la volontà dei creditori di rinunciare in parte alla massa del debito dell'intero gruppo cristallizzato a quota 230 milioni di euro. Contro un rientro che si fermerebbe nel migliore dei casi a poco più di 110 milioni, il valore fissato dei due siti produttivi più la Romana Macinazione di Roma, 65 milioni stimati in concordato. «L'asta», spiega Remo Di Giacomo, commissario liquidatore nella procedura insieme a Gianni Di Battista, «rende possibili sviluppi interessanti non solo per la proprietà e per i motivi che è facile comprendere, ma anche per gli stessi dipendenti dal momento che la loro assunzione nell'ambito delle alternative tra subentro in proprietà o gestione avverrebbe alle condizioni fiscali agevolate previste dalla legge. E il concordato», aggiunge Di Giacomo, «contiene la clausola della concertazione occupazionale, che vincola i subentranti alla trattativa con i sindacati su meccanismi e tempi di rientro al lavoro». É però proprio qui che vengono i nodi al pettine, secondo il segretario regionale di Fai-Cisl Franco Pescara, insieme alla sua omologa di Flai-Cgil Ada Sinimberghi protagonista di parte sindacale della vertenza fin dal 2010. «Si tratta», spiega Pescara, «della prima asta, e non abbiamo previsioni sull'esito. Comunque», annota, «c'è il fattore tempo a ipotecare qualsiasi certezza, poiché la cassa integrazione speciale già prorogata scade senza appello a fine agosto. E il fermo della produzione e l'assenza dal mercato vanno avanti da due anni, troppi per una rapida ripresa».

Francesco Blasi

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