Angelini finisce a processo per un sarcofago romano

16 Marzo 2018

L’ex re delle cliniche private imputato per ricettazione di beni archeologici Ma la difesa contesta la data del reato: nel 2013 quel reperto era della curatela

CHIETI. L’ex re delle cliniche private Vincenzo Angelini si ritrova imputato per ricettazione e violazione degli obblighi in materia di ricerche archeologiche per un sarcofago della seconda metà del terzo secolo dopo Cristo, che sarebbe provento di scavi clandestini e illeciti. Angelini, difeso dall’avvocato Vittorio Supino, è imputato davanti al tribunale di Roma, competente per il particolarissimo tipo di reato.
Il sarcofago romano in marmo bianco faceva parte dei beni sequestrati ad Angelini in occasione del fallimento del gruppo Villa Pini avvenuto nel 2010. La curatela fallimentare affidata all’avvocato Giuseppina Ivone lo aveva messo all’asta per recuperare fondi da redistribuire ai creditori del fallimento. Ma proprio la messa all’asta pare abbia fatto sì che la Sovrintendenza archeologica si accorgesse dell’esistenza del sarcofago e intervenisse per bloccare immediatamente le operazioni. Un bene archeologico di quel valore non poteva essere venduto all’asta. Nel 2013 la Soprintendenza per i beni archeologici d’Abruzzo fa presente che «il sarcofago è risultato del tutto inedito sia per la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, sia per la Soprintendenza archeologica del Veneto - il sarcofago era conservato in deposito giudiziario a Vicenza, nel centro orafo Voice of Gold - che appunto ha avviato il procedimento ritenendo il sarcofago di particolare importanza culturale in quanto esemplare ben conservato e arricchito di motivi iconografici». Per questo motivo il comandante della sezione antiquariato del Comando tutela patrimonio culturale dei carabinieri, capitano Gianpietro Romano, ne ha chiesto il sequestro. Che è stato poi disposto il 10 ottobre del 2013 dal pm Pier Giorgio Ferri della Procura della repubblica del tribunale di Roma. A febbraio del 2014 il sarcofago romano viene trasferito da Vicenza a Roma, nei locali del Reparto operativo, Sezione Antiquariato, del Comando carabinieri tutela del patrimonio culturale.
Secondo le indagini, Angelini avrebbe commesso diversi reati. Il primo è quello di ricettazione: «Perché», si legge nel capo di imputazione a suo carico, «al fine di trarne profitto acquistava e/o riceveva un sarcofago provento di scavi clandestini e illeciti. Fatto accertato in Roma il 4-10-2013». Gli altri riguardano la violazione in materia di ricerche archeologiche: «Perché ometteva di denunciare alla Soprintendenza e conservava per sé il reperto archeologico, non consentendo così all’autorità amministrativa di compiere gli opportuni accertamenti scientifici sul bene medesimo. Fatto accertato in Roma il 4-10-2013». Solo che, secondo l’avvocato della difesa Supino, qualcosa non torna. Perché nel 2013, quando sarebbero stati commessi i due reati, il sarcofago romano non era più di Angelini, ma della curatela fallimentare che lo voleva vendere all’asta. Il verbale di sequestro dei beni di Angelini, tra cui c’era anche il prezioso sarcofago romano, è infatti del 16 dicembre 2010. (a.i.)
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