Assalti ai bancomat con le bombe: altre tre condanne sono definitive

26 Gennaio 2026

Inflitte pene fino a 7 anni di carcere ai componenti della banda che ha terrorizzato interi paesi. Gli ordigni capaci di sventrare istituti di credito e uffici postali: le schegge proiettate a 35 metri

CHIETI. Diventano definitive altre tre condanne per la banda che assaltava con le bombe i bancomat del Chietino, terrorizzando interi paesi con esplosioni notturne così potenti da sventrare istituti di credito e uffici postali. La Cassazione ha respinto i ricorsi di Riccardo Masciavè, 38 anni di Cerignola, e Roberto Russo, 26 anni di Foggia, confermando nei loro confronti pene rispettivamente di sette anni di reclusione (più 10mila euro di multa) e di sei anni e un mese di reclusione (più di 9.100 euro di multa). Anche Giandomenico Palmieri, cerignolano di 40 anni, è stato riconosciuto responsabile, ma la sanzione sarà definita dalla Corte d’appello di Perugia che dovrà esprimersi sulla valutazione dell’attenuante del vizio parziale di mente.

Nei mesi scorsi sono stati già condannati in via definitiva altri tre imputati, Angelo Dibartolomeo, Carlo Grossi e Sabri Yermani, che avevano scelto il rito abbreviato. È stato totalmente accolto, dunque, l’impianto accusatorio del pubblico ministero Giancarlo Ciani, che ha coordinato le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Chieti.

Gli imputati, per l’accusa, appartenevano a un’associazione per delinquere finalizzata al furto di autovetture e alla fabbricazione, detenzione, porto e utilizzo in luogo pubblico di ordigni esplosivi rudimentali, le cosiddette «marmotte», per depredare gli sportelli automatici; bombe capaci di proiettare schegge anche a 35 metri di distanza. I furti, messi a segno nel 2021, hanno fruttato complessivamente oltre 73mila euro: nel mirino sono finite la Bper di Miglianico, le Poste di Villa San Vincenzo di Guardiagrele e la Bcc di Canosa Sannita (raid tentato).

Il covo della banda era un appartamento di Francavilla al Mare, sulla Statale 16, nelle disponibilità di Dibartolomeo: una vera e propria base operativa dove gli imputati sono sempre transitati per l’organizzazione logistica, per il furto delle auto staffetta, per nascondersi subito dopo i colpi e per calcolare i tempi delle azioni criminali durante i sopralluoghi preliminari agli assalti. A incastrarli sono stati le immagini delle telecamere di sorveglianza nelle aree dei furti, il Dna prelevato sui reperti, il cui esito è stato comparato con i profili genetici presenti nella banca dati nazionale, e l’esame informatico dei gps delle auto impiegate per i raid.

I sospetti si sono indirizzati verso il gruppo di criminali foggiani dopo il furto al bancomat di Fara San Martino, avvenuto il 9 ottobre 2021, durante il quale un residente di 78 anni si è affacciato dal balcone e ha sparato contro i ladri, colpendo Grossi a un fianco. I complici hanno accompagnato il ferito all’ospedale di Vasto: ricostruendo il tragitto, analizzando le immagini delle telecamere, raccogliendo le testimonianze in ospedale e trovando il Dna di Grossi su una delle auto utilizzate per la fuga, i carabinieri di Lanciano sono arrivati anche a Yermani e Dibartolomeo.

A quel punto, i carabinieri hanno proceduto a ritroso nel ricollegare agli indagati anche altri assalti agli sportelli automatici avvenuti, in precedenza, in comuni limitrofi. Attraverso l’analisi dei tabulati telefonici sono emersi i contatti costanti con Masciavè e, a catena, quelli con gli altri indiziati. È così venuto fuori che quest’ultimo ha affittato a noleggio a Cerignola una Fiat Tipo, poi usata per raggiungere i luoghi in cui si sono verificate le azioni criminali, come conferma il gps di cui l’auto è dotata.

I gravi indizi di colpevolezza emersi con l’analisi delle celle telefoniche agganciate dalle utenze degli imputati – è emerso dalle indagini – si combinano con i gps, installati sulla vettura «inequivocabilmente noleggiata da Masciavè», nonché su quelle rubate e utilizzate per raggiungere gli Atm; con la prova filmata della presenza, sui luoghi dei reati, delle automobile personale di Yermani; con il profilo genetico di Grossi isolato su un guanto e su un passamontagna, rispettivamente rinvenuti all’interno delle Alfa Romeo Giulietta (da qui il nome dell’operazione, Juliet) impiegate per fuggire dopo gli attacchi di Canosa e Guardiagrele.

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