Ateneo, condannato l’ex dg Del Vecchio

Inflitti 4 anni e mezzo di carcere, l’accusa: ha costretto il responsabile dell’area legale a consegnargli almeno 60mila euro
CHIETI. Quattro anni e mezzo di reclusione. È la condanna inflitta dal tribunale di Chieti a Filippo Del Vecchio, ex direttore generale dell’università d’Annunzio, riconosciuto colpevole di concussione. Secondi i giudici (presidente Guido Campli, a latere Morena Susi ed Enrico Colagreco) – che hanno dunque condiviso la tesi del sostituto procuratore Giancarlo Ciani – Del Vecchio ha costretto il responsabile dell’area Affari legali dell’ateneo, Antonio D’Antonio, a consegnargli in più occasioni delle somme di denaro, per un totale di almeno 60mila euro, in relazione agli incarichi di rappresentanza legale conferiti dall’università allo stesso D’Antonio tra il 2014 e il 2017. Nei confronti dell’ex dg, che era in aula al momento della lettura del dispositivo, e al quale sono state concesse le attenuanti generiche, il tribunale ha ordinato la confisca della somma di denaro di 60mila euro o dei beni di cui abbia la disponibilità per un valore corrispondente. È stata inoltre disposta la trasmissione della copia della sentenza alla procura regionale della Corte dei conti. Del Vecchio, 71 anni, originario di Guardia Sanframondi (Benevento), è stato poi dichiarato «interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e incapace in perpetuo di contrarre con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere prestazioni di un pubblico servizio».
«Ho elargito somme di denaro a Del Vecchio», ha ripetuto D’Antonio in aula lo scorso gennaio. «Io e mia moglie abbiamo discusso tante volte di questo, lei mi disse di smettere di pagare. Il mio unico cliente era diventata la d’Annunzio». Sarebbe stato impossibile rifiutare, ha proseguito nel suo racconto. «Ritenevo di non poter dire che non avrei pagato, che non gli avrei prestato soldi», anche se non gli è mai stato «rappresentato» che avrebbe «perso il lavoro», ha ammesso. D’Antonio sentiva di essere «entrato in un sistema» di fronte al quale non poteva «sottrarsi». Quanto alle modalità di versamento, «le richieste avvenivano a voce da parte di Del Vecchio, che incontravo all’università quotidianamente. Lui mi diceva di prestargli del denaro e mi indicava le cifre: non erano somme standard, il quantum variava in base alle esigenze di Del Vecchio e ho sempre dato seguito a queste richieste: prelevavo in contanti», ha spiegato ancora, dopodiché infilava i soldi nella «busta della banca e li consegnavo a Del Vecchio, all’università». In tutto le dazioni sono state «7-8-10: abbiamo raggiunto una somma superiore a 50mila euro, tra 50 e 65mila euro. E in una occasione gli ho consegnato 12mila: gli servivano per pagare dei consulenti tecnici di parte in un procedimento davanti alla Corte dei conti». D’Antonio ha sostenuto che non ci siano state restituzioni di soldi: «Del Vecchio non ne ha mai parlato né lo ha mai proposto. E io non gli ho mai chiesto soldi indietro: avendo pagato in contanti, non potevo dimostrare i versamenti».
Il pm aveva chiesto sei anni e mezzo. Del Vecchio, assistito dagli avvocati Cristiano Maria Sicari e Stefano Rossi, aveva parlato in aula respingendo tutti gli addebiti: i difensori – che avevano chiesto l’assoluzione perché i fatti, in base alla loro tesi, non sono mai avvenuti – si preparano al ricorso in appello. Quanto alla posizione di D’Antonio, il tribunale ha disposto la trasmissione degli atti alla procura per procedere in ordine al reato di peculato. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.
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