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Banda dei portavalori. In carcere gli ultimi fuggitivi: incastrati da video e telefonate

l'arresto da parte della polizia della banda dei portavalori
11 Aprile 2026

Catturati tutti i componenti della banda scoperta dalla polizia di Chieti.
Un drone li ha immortalati in un campo mentre stavano pianificando la rapina

CHIETI

Li hanno incastrati le intercettazioni telefoniche e i video girati dai droni. Leonardo Matera e Francesco Pio Losurdo, pugliesi di 36 e 45 anni, erano riusciti a sfuggire al blitz della squadra mobile di Chieti che – seguendo alcuni criminali sospettati per l’assalto a un blindato avvenuto lo scorso gennaio all’altezza di Ortona – il 28 marzo aveva arrestato a Vignola (Modena) 14 persone, sventando un’ulteriore rapina milionaria a un furgone portavalori sull’autostrada A1. A entrambi, due giorni fa, i poliziotti teatini, insieme ai colleghi di Bologna, di Modena e del Servizio centrale operativo, hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari felsineo, Maria Cristina Sarli, a cui è passato il caso dopo che agli indagati è stato contestato il reato di rapina di gruppo con l’aggravante del metodo mafioso, di competenza della Direzione distrettuale.

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Agli altri 14, come prevede la norma, sono stati rinnovati i provvedimenti emessi dall’autorità giudiziaria di Modena.

L’inchiesta è nata dopo l’assalto a colpi di Kalashnikov ed esplosivo avvenuto a Ortona, sull’autostrada A14, dove un gruppo organizzato aveva rapinato un portavalori della ditta Aquila impossessandosi di oltre 400.000 euro. Fin dai giorni successivi, la Mobile teatina – diretta dal commissario capo Francesco D’Antonio, sotto il coordinamento del procuratore Giampiero Di Florio e del sostituto Giancarlo Ciani – ha raccolto importanti elementi investigativi verso soggetti residenti nell’area di Cerignola. Indizi tali da consentire l’avvio di intercettazioni telefoniche nei confronti di personaggi che hanno avuto un ruolo attivo nell’assalto in autostrada. Controllando ininterrottamente i loro movimenti, e allargando di giorno in giorno il cerchio, gli investigatori sono arrivati fino al covo in provincia di Modena. Il blitz, con l’ausilio del Nucleo operativo centrale di sicurezza (Nocs), ha consentito di bloccare in flagranza quasi tutti gli appartenenti al commando. All’appello, appunto, mancavano solo Losurdo e Matera. Al primo, in passato finito nei guai per reati contro il patrimonio e tentato omicidio, viene contestato di essere stato presente a Vignola al momento dell’irruzione della polizia e di essere riuscito, in modo rocambolesco, a sfuggire alla cattura. Dalla ricostruzione investigativa era l’organizzatore del programmato assalto, di cui aveva curato i sopralluoghi e le attività preparatorie. Il secondo, con precedenti per tentata estorsione e truffa, è accusato di aver curato la fase logistica, anche attraverso il reperimento del campo in cui il gruppo si era radunato, facendo convergere le armi e i mezzi rubati.

A inchiodare definitivamente Matera e Losurdo sono stati più indizi. A partire delle intercettazioni telefoniche, che hanno svelato contatti sia tra di loro che con altri componenti della banda, e dai video girati dalla polizia con un drone prima dell’irruzione nel covo. Quei fotogrammi, secondo le accuse, confermano che, il giorno del blitz, entrambi erano nel campo di Vignola. Losurdo, in particolare, era riuscito ad allontanarsi non appena era scattata l’operazione. Più nel dettaglio, il quarantacinquenne aveva tentato di nascondersi in un capanno di un’abitazione vicina, per poi allontanarsi quando si faceva buio. A confermarlo sono le immagini delle telecamere della proprietà.

Secondo il giudice di Bologna, «le caratteristiche delle armi sequestrate e il quantitativo della sostanza infiammabile trovata nella disponibilità degli indagati sono dimostrativi della pericolosità dell’azione sia per le persone che sarebbero transitate sulla strada nel momento della rapina, sia per i dipendenti della ditta di portavalori presenti sul furgone e sia per le forze dell’ordine che sarebbero intervenute. Tali circostanze consentono di comprendere a fondo la caratura criminale degli indagati, apparsi del tutto indifferenti alle prevedibili conseguenze della loro azione, in grado di mettere in pericolo l’incolumità di un numero imprevedibile di persone».

Quanto all’aggravante del metodo mafioso, secondo il gip di Bologna questa «non presuppone necessariamente la partecipazione degli indagati a un’associazione mafiosa ma può ravvisarsi», come in questo caso, «nelle modalità esecutive dell’azione, e in particolare nelle modalità paramilitari utilizzate dagli indagati per assaltare il portavalori e, dunque, attraverso la predisposizione di temibili mezzi di attacco e difesa da usare anche contro l’eventuale intervento delle forze dell’ordine».

Considerando l’aggravante contestata a Bologna, e il fatto che parte degli arrestati è sospettata pure per l’assalto di gennaio, anche per Ortona il fascicolo è passato alla Direzione distrettuale antimafia: in questo caso, è competente L’Aquila.

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