Beniamino, il medico di Croce che mandò ko la Sangro Chimica

1 Febbraio 2016

Oggi, come accadde negli anni Settanta, la gente scende in strada per difendere l’ambiente Il simbolo del “No Ombrina” di allora era Rosati, il chirurgo 90enne che sfidò Gaspari e vinse

SANT’EUSANIO DEL SANGRO. Si rallegra il popolo “No Ombrina” alla recente fausta notizia dello stop definitivo, da parte del ministero dello Sviluppo economico, all’installazione delle trivelle al largo della costa teatina tra Ortona e San Vito.

Il “de profundis” per il progetto “Ombrina Mare Due” (coltivazione petrolifera marina) è arrivato dopo quasi dieci anni di battaglie combattute, da donne e uomini, nelle piazze, sui social, sui giornali.

Ma il no a Ombrina non è stata l’unica battaglia del popolo abruzzese; nella memoria storica, relativa al secondo dopoguerra, altre sono state le lotte come quella del Fucino, del metano nella zona del vastese, del Vomano per la costruzione delle centrali elettriche, e infine quella della Sangro Chimica, cioè della raffineria che si voleva costruire in Val di Sangro. Di quest’ultimo duello, come gli altri combattuti tra Davide e Golia, un tenace, instancabile e lucido guerriero fu un novantenne di Sant’Eusanio del Sangro: Beniamino Rosati.

IL MEDICO UMANISTA. Don Beniamino nacque a Sant’Eusanio del Sangro l’8 febbraio 1881 da una famiglia benestante. Suo insegnante fu lo zio Filippo De Titta, ispettore scolastico e cugino del latinista Cesare. Fin da piccolo Beniamino visse in un ambiente colto. Dopo la morte della madre si trasferì in convitto a Roma e quindi intraprese gli sudi di medicina a Napoli. Si specializzò in chirurgia e divenne professore universitario.

Fu un valente e affermato chirurgo, riuscendo lì dove altri fallivano. A Napoli fu medico e amico di personaggi importanti ma mai disdegnò il rapporto con gli ultimi, anzi privilegiava questa strada tanto che era chiamato “lu mediche di Ddie”. Spesso si recava nella sua casa di Sant’Eusanio, dove giungevano, come in un quadro del Michetti, del quale era amico, storpi e malati in un laico pellegrinaggio.

Non c’erano tariffe nel suo studio, tutto era lasciato alle offerte e alle reali possibilità di quanti aveva curato. Era un dottore che «t’arecapè’ la scrime (in senso lato: che ti faceva una diagnosi, ndc) senza bisogno di parole», raccontano gli anziani che l’hanno conosciuto.

VITA PUBBLICA. Volontario nella guerra del ’15-’18, fu ufficiale medico e pilota. Operò in prima linea. Durante la guerra fu particolarmente abile nella risoluzione di casi di congelamento agli arti. “Uomo all’antica”, con la schiena sempre dritta, fedele a una sua morale laica, antifascista convinto, gli fu revocato l’insegnamento universitario perché decise di non prestare giuramento al fascismo, uno dei pochi in Italia. Fece parte della Consulta Nazionale del Regno d'Italia, un’assemblea legislativa provvisoria, non elettiva, istituita dopo la fine della seconda guerra mondiale che aveva lo scopo di sostituire, prima di regolari elezioni, il regolare parlamento. Non volle mai candidarsi avendo una sorta di riluttanza verso i partiti.

Così don Beniamino definì se stesso in una lettera, accanto alla figura di un cactus: «rude, spinoso, rustico, temprato al caldo e al gelo, poche radici in terra, proteso verso il cielo, pungo ma non ferisco, con spine e non con strali, tanto da non confondermi con tanti vegetali, scontroso, solitario ma mai genuflesso, posso sembrar qualcuno ma in fondo sono un fesso».

BENEDETTO CROCE. Rosati fu amico del filosofo abruzzese tanto che era uno dei pochi che poté chiamarlo “don Benedetto” (altri gli si rivolgevano con un generico “senatore”). L’amicizia con Croce iniziò ai primi del Novecento e durò fino alla fine del filosofo.

Rosati non si definì mai il medico di Croce, anche se spesso gli dava consigli di salute e gli fu vicino gli ultimi momenti della vita. Fu lui a convincere il filosofo a rifugiarsi, durante la guerra, a Sorrento e fu sempre lui a essere un organizzatore dei partigiani in Val di Sangro.

LOTTA ALLA SANGRO CHIMICA. Dopo settant’anni di “bisturi", Rosati si ritira nella sua Sant’Eusanio. Ha novant’anni. Non è domo, inizia una lotta strenua, che vincerà, contro la Sangro Chimica. Il suo ambientalismo esordisce all’inizio degli anni Sessanta quando si diffuse la notizia che c’era un progetto di impiantare una raffineria di petrolio nella vallata sottostante all’abbazia di San Giovanni in Venere, nel comune di Fossacesia. Al fianco di Rosati si schierarono le figlie di Benedetto Croce, Alda ed Elena, Raffaele Mattioli, Ignazio Silone, Federico Spoltore, Corrado Marciani, Emiliano Giancristofaro e Antonino Di Giorgio. Fu fondata la sezione abruzzese di Italia Nostra.

Il 21 marzo 1971, alcuni dirigenti democristiani, guidati da Remo Gaspari, fondano nello studio notarile De Cinque, la “Sangro Chimica S.p.A.” con capitale sociale di appena un milione di lire e con sede in Chieti. Il 3 maggio 1971 il comitato direttivo del Nucleo Industriale concede il nullaosta alla Sangro Chimica S.p.A. per uno stabilimento petrolchimico e il 21 giugno 1971 il Nucleo Industriale concede l’autorizzazione a installare su 170 ettari di terreno del comune di Fossacesia un complesso petrolchimico capace di lavorare 7 milioni di tonnellate di greggio l’anno.

IL MOSTRO INIZIA IL CAMMINO. Il progetto prevede anche la realizzazione di opere marittime per il ricevimento del greggio e la spedizione del prodotto lavorato via mare, con autocisterne e con un oleodotto da Fossacesia a Pomezia. Rosati inizia la lotta contro Golia e tramite l’associazione Italia Nostra è decisa la sollevazione dei cittadini di Fossacesia.

Alcuni consigli comunali (Sant’Eusanio, Fossacesia, Paglieta) deliberano contro l’insediamento. Lo scontro è anche politico: da una parte il Pci e forze laiche contrarie alla Sangro Chimica, dall’altra la Dc, favorevole. L’opposizione è dura, fatta di popolo, donne e uomini, che scendono in strada con trattori e forche; lo scontro è sui giornali (allora quasi tutti favorevoli all’insediamento). Il novantenne Beniamino è in prima fila nella lotta, non si risparmia, non accenna a indietreggiare di un solo passo. Famose le sue lettere indirizzate a Gaspari, all’arcivescovo di Chieti Fagiolo, a ministri. Contatta amici e accademici per convincerli che questa non è la battaglia di un “pazzo” novantenne ma la lotta di un intero popolo, della “gente” del Sangro che è scesa in strada per non far arricchire i soliti noti e deturpare un territorio. Don Beniamino morì in poltrona, lucido, carico di anni e di esperienze. E grazie a uomini come lui è ancora possibile, affacciarsi al balcone naturale di San Giovanni in Venere e vedere la distesa di olivi.