Vasto

Bimbi del bosco, la curatrice: «Catherine li condiziona, vogliono ritornare a casa»

20 Febbraio 2026

L’ultima relazione: «Adesso si ricostruisca il rapporto tra genitori e istituzioni. Dai piccoli segnali di chiusura, madre oppositiva e troppa esposizione ai media»

VASTO. I bimbi «hanno chiesto di tornare a casa». Due volte, in due distinte occasioni. A dirlo non è più solo mamma Catherine, ma anche l’ultima relazione di Marika Bolognese, la curatrice nominata dal tribunale per i minorenni dell’Aquila per i tre bimbi della famiglia Trevallion-Birmingham che dal 20 novembre scorso sono collocati nella struttura protetta di Vasto.

È un’affermazione identica ma con un suono diverso rispetto alla denuncia presentata più volte dalla famiglia, perché proviene dall’altra campana di questa vicenda: quella delle istituzioni, dello Stato. E infatti negli occhi della Bolognese la richiesta di tornare al piccolo casolare di Palmoli non è vista come un sintomo dell’insofferenza della vita all’interno della casa famiglia, ma come uno stato emotivo dovuto a due fattori: l’atteggiamento «oppositivo» della madre e «l’esposizione mediatica» a cui sarebbero esposti i piccoli.

Per la curatrice la conferma di questa ricostruzione risiederebbe nel cambio di atteggiamento che i tre bambini hanno manifestato nel corso dei tre mesi all’interno della struttura. Scrive, infatti, che nei giorni immediatamente successivi al 20 novembre «i minori presentavano un quadro di sostanziale equilibrio e adeguatezza. I bambini apparivano sereni, fisicamente accuditi e mostravano una spiccata disponibilità all’interazione e al dialogo».

Per consolidare questo legame, Bolognese riepiloga i diversi incontri avuti con i piccoli, specialmente durante il periodo delle feste natalizi. Tutti finalizzati «a costruire una base sicura di fiducia» e «priva di condizionamenti esterni» in un contesto diverso rispetto a quello familiare.

Questo clima favorevole al dialogo sarebbe venuto meno dopo l’inizio del percorso educativo deciso proprio da Bolognese e dalla tutrice nominata dal tribunale, Maria Luisa Palladino. La presenza della madre alle lezioni tenute dall’insegnante individuata per seguire i bambini, Lidia Camilla Vallarolo, sebbene inizialmente fosse stata intesa «in un’ottica di supporto», secondo la curatrice avrebbe «involontariamente» generato nei piccoli «disturbi di concentrazione e aumento di comportamenti di disturbo». Da qui la richiesta di separare gli spazi educativi da quelli affettivi per garantire ai bambini una «reale autonomia scolastica».

Ma questa, per la Bolognese, è solo la punta dell’iceberg. Racconta di un progressivo deterioramento della qualità della relazione con i minori, tra «atteggiamenti di chiusura» e «difficoltà» nel rispondere alle domande. Una novità rispetto al periodo precedente, culminata con la richiesta di tornare a casa. Questo «atteggiamento di chiusura», manifestato anche con la «tendenza» a rifugiarsi in stanza che per Catherine è una normale conseguenza della situazione che i piccoli vivono da tre mesi a questa parte, agli occhi della curatrice appare quasi come una sorpresa. La madre non viene esplicitamente considerata la responsabile di questo disagio, ma è contro di lei e papà Nathan che viene puntato il dito rispetto all’esposizione mediatica a cui sarebbero esposti i bambini.

La curatrice descrive un episodio. Un momento che, nella sua ricostruzione, sarebbe rivelatore della volontà di esporre i figli alle videocamere dei giornalisti. Nathan e Catherine sono insieme ai due gemelli e li stanno portando nell’area esterna della struttura, probabilmente per giocare. La Bolognese chiede di evitare, ricordando il diritto alla privacy dei minori», ma di fronte alla richiesta la madre avrebbe rivendicato un’autonomia decisionale «non coerente» con le indicazioni che le sarebbero state date, mostrando un atteggiamento «che contribuisce ad alimentare un clima di instabilità emotiva» nei bimbi.

L’ultimo atto del documento è datato 6 febbraio, quando Catherine avrebbe mostrato, ancora una volta, un atteggiamento «oppositivo» nei confronti della tutrice e della curatrice. La conferma di questa chiusura starebbe in quel messaggio Whatsapp pubblicato in esclusiva dal Centro che racconta l’insofferenza dei bambini «traditi da chi avrebbe dovuto proteggerli» visti dagli occhi della loro madre. Un messaggio straziante che Bolognese allega alla relazione, come la dimostrazione della fondatezza delle sue accuse. Per Bolognese, insomma, c’è un «patto di fiducia» tra famiglia e istituzioni che «si è incrinato» e va ricostruito, alla luce di un rapporto coi bambini ugualmente deterioratosi a causa di «pressioni ambientali esterne» non meglio specificate. Capire quali siano fa tutta la differenza del mondo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA