Lo scorso 20 novembre i giudici li avevano trasferiti nella struttura protetta di Vasto con un obiettivo chiaro: farli interagire con il mondo esterno. Secondo la difesa, è successo l’esatto contrario. E di fronte alla totale assenza di attività lontano dalla comunità, i responsabili della casa famiglia si sono giustificati con «la risibile scusa dei giornalisti, a cui loro stessi hanno aperto le porte». Il ricorso allinea una serie di contraddizioni. In nome del rigore, la struttura ha impedito al padre di sedersi a tavola con i figli per il pranzo di Natale. Eppure, qualche settimana dopo, le telecamere di un programma televisivo sono entrate senza ostacoli, «con l’ex presidente che mostrava le stanze come fosse un albergo e dettagliava la vita dei bambini».
Gli avvocati difendono la solidità dei legami originari. Descrivono «una famiglia che sa amarli e preservarli realmente dal pericolo patologico di un’istituzionalizzazione che serve ad altri interessi e non ai loro». La richiesta punta al rientro immediato: «È imprescindibile garantire il recupero del ruolo genitoriale e dell’unità familiare scongiurando il rischio che i minori siano collocati senza una previsione temporale in strutture». Poi, i legali vanno all’attacco: «Non si può accettare che le deduzioni alternative della difesa, corredate da dati e fatti apprezzabili estrinsecamente, siano ignorate, con disinvoltura, da chi avrebbe il compito di vagliarle, solo perché promanano da una parte processualmente più fragile. Ciò significa alterare gli equilibri processuali e giungere, avallandole, a conclusioni che, se fuorviate come si ritiene che siano, potrebbero essere irrimediabili nei loro effetti».
La coppia anglo-australiana, è precisato, «si è adeguata, sin da subito, a tutte le prescrizioni impartite, avendo modo di ottemperarle nella loro concretezza»: dalla necessità di una nuova casa ai vaccini, al problema della «socializzazione» ritenuto chiarito. Quindi, torna il termine «segregazione». Perché i giudici lo hanno utilizzato per descrivere la precedente condizione dei bambini con i genitori «in un ancoraggio concettuale a condizione pregresse, peraltro smentite, come se il tempo trascorso e le azioni concrete valessero nulla», scrivono Femminella e Solinas.
Nel ricorso viene riportato un episodio – mai venuto fuori in precedenza – che avrebbe visto protagonista Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che segue il caso: «In atti sono stati allegati dai servizi sociali, quantunque tardivamente ed esattamente dopo la prima ordinanza, tutti i documenti scolastici che riguardavano in particolare la primogenita, e non anche i gemelli che non erano ancora da età scolare, che attestano come questi genitori si erano premurati, forse sbagliando in alcuni aspetti del completamento della procedura o della loro esecuzione, le norme di legge, spesso farraginose, del nostro sistema. È acclarato, infatti, che mancava esclusivamente il cosiddetto programma didattico. Una circostanza che però è emersa durante l’ascolto, registrato, dell’assistente sociale D’Angelo che confermava che sì i Trevallion avevano presentato agli enti interessati tutta la modulistica necessaria alla richiesta di istruzione parentale della figlia maggiore, ma ne avevano omesso la allegazione programmatica. Sennonché, alla specifica domanda sul perché lei stessa non avesse ritenuto di sollecitare e segnalare l’errore riscontrato, la professionista, nella incredulità generale, rispondeva sdegnosa– “Non erano affari miei!”».
Sulla questione è tornato a parlare anche Ignazio La Russa che il 25 marzo vedrà i genitori a palazzo Madama. Il presidente del Senato ha spiegato che avrebbe voluto tenere la notizia riservata,