Bimbo nato morto, genitori sotto accusa

Il giudice ordina l’imputazione coatta: «Gravidanza interrotta illecitamente all’ottavo mese con sciagurata indolenza»
CHIETI. Finiscono sotto accusa i genitori di un bambino nato morto. Il giudice del tribunale di Chieti Andrea Di Berardino ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura disponendo l’imputazione coatta. Una ragazza teatina di 26 anni deve rispondere della violazione della legge 194 del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza, norma che consente l’aborto entro i primi novanta giorni di gestazione o entro la ventiduesima settimana ma solo per motivi di natura terapeutica. Al compagno, 35 anni, anche lui di Chieti, è contestato il concorso per omissione nello stesso reato.
IL DRAMMA Per riepilogare la vicenda, bisogna tornare indietro di due anni. Nella mattinata del 12 giugno del 2018 a chiedere aiuto, allertando il 118, è il fidanzato: riferisce che la compagna, con problemi di tossicodipendenza e al quinto mese di gravidanza, sta sanguinando mentre si trova sul gabinetto. La ragazza dice al medico di aver perso il bambino. E qui le versioni si fanno discordanti. Secondo l’uomo, il dottore risponde di tirare lo sciacquone. Il medico, invece, racconta altro: «Le ho chiesto subito dov’era il feto e lei mi ha risposto nel water, facendo capire di aver avuto l’aborto mentre era seduta in bagno in preda ai dolori. Ma non c’era traccia di cordone ombelicale su di lei. Né traccia del feto nel water, dove c’erano, invece, molto sangue e alcuni filamenti». Fatto sta che, in base alla testimonianza del compagno, mentre i sanitari trasportano la fidanzata in ambulanza, lui raccoglie il feto, lo mette in un sacchetto e lo lascia su un mobile di casa; poi, esce per accompagnare la ragazza in pronto soccorso. Quando i medici dell’ospedale visitano la paziente, accertano che la gravidanza non è al quinto mese, bensì alla trentaduesima settimana. Nel momento in cui chiedono alla coppia dove si trova il feto, il ragazzo risponde di averlo lasciato a casa. Poi il giovane torna nel suo appartamento, recupera il corpicino e raggiunge di nuovo l’ospedale.
LE INDAGINI A questo punto, i medici segnalano il caso alla procura e scattano le indagini dei carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Chieti, coordinati dalla tenente Maria Di Lena. Il medico del Sert che, in quel periodo, ha in cura la donna riferisce che la paziente non assumeva più eroina e cocaina bensì solo metadone ed era in buone condizioni di compensazione. Non solo: nonostante i ripetuti inviti, dopo aver notato una «evidente rotondità addominale», a sottoporsi a test e a esami diagnostici, la giovane ha negato per mesi la gravidanza, fino a quando, solo a giugno, ha ammesso di essere al quinto mese e accettato una visita che non si è mai tenuta perché anticipata dall’aborto nel bagno di casa. Fin qui la sequenza degli eventi. Secondo il sostituto procuratore Lucia Anna Campo, non sono emerse responsabilità da parte degli indagati perché il feto è nato morto; inoltre, l’assunzione di metadone e droghe da parte della 26enne non è stata la causa del decesso.
IMPUTAZIONE COATTA Ma il giudice non archivia de plano e decide di fissare l’udienza. Gli indagati, difesi dall’avvocato Stefano Azzariti, rendono dichiarazioni spontanee nelle quali fanno presente che si è trattato di un aborto spontaneo. Ma la loro versione non convince il giudice, che ordina al pm di formulare l’imputazione entro 10 giorni. Per Di Berardino, può rientrare nell’interruzione volontaria di gravidanza oltre il termine previsto dalla legge «la dissennata gravidanza in disamina, psicologicamente rimossa dalla donna con sciagurata indolenza e ciononostante proseguita ignorando quella chiara sintomatologia, senza alcun esame diagnostico e senza alcuna misurata gestione della terapia di disassuefazione da metadone, portata avanti non solo oltre il novantesimo giorno, ma addirittura all’ottavo mese». E ancora: «Con ogni intuitiva probabilità, controlli e terapie avrebbero evitato la morte del feto o quantomeno incrementato considerevolmente le chances di salvezza del bambino, come tutto il personale del Sert da mesi le suggeriva, ovvero avrebbe consentito di ricorrere a una interruzione di gravidanza entro il novantesimo giorno». Il giudice arriva dunque alla conclusione che «le continue perdite di sangue e la plastica consapevolezza dello stato di gravidanza, celato perfino alla madre e minimizzato nella sua durata, nonché perfino “l’insofferenza” mostrata dinanzi a una vita umana portata in grembo per trentadue settimane, per nulla giustificata da uno stato di tossicodipendenza ben compensato, come riferito da tutti i medici, disvelano la volontà, o quantomeno l’accettazione del rischio da parte della donna, di interrompere illecitamente la gravidanza». Per il giudice, anche il convivente della giovane deve finire sotto processo perché non si è «mai attivato per indurre la compagna e madre del bambino a sottoporsi a visite mediche o a procurarle la dovuta assistenza sanitaria e a monitorare la crescita del feto».

