Bomba nell’auto dell’ex marito: ora la verità dalle analisi del Ris

23 Dicembre 2023

Un’avvocatessa di San Vito Chietino è accusata di essere la mandante dell’agguato incendiario: i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche accerteranno la composizione dell’ordigno 

CHIETI. Si gioca anche sui tavoli della scienza la partita sull’attentato all’ufficiale della guardia di finanza vivo per miracolo dopo l’esplosione della bomba piazzata nella sua auto su ordine – così dice l’accusa – dell’ex moglie Viviana Pagliarone, 38 anni, avvocatessa di San Vito Chietino. Sono già iniziate le analisi del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) di Roma per accertare la composizione dell’ordigno deflagrato lo scorso 21 marzo a Bacoli, in provincia di Napoli, sede di lavoro del militare, che è riuscito a scappare attraverso il finestrino della macchina in fiamme. A premere il pulsante del telecomando, sempre secondo la procura partenopea, è stato Franco Di Pierno, 50 anni di San Severo (Foggia), in carcere dallo scorso ottobre: ritenuto l’esecutore materiale, è indagato insieme al cognato Giovanni Di Stefano, 31 anni di Lesina (Foggia), e a Pagliarone per concorso in tentato omicidio aggravato e detenzione e porto in luogo pubblico di esplosivo.
Gli specialisti dell’Arma, nei laboratori romani di Tor di Quinto, passeranno al setaccio tutto ciò che è stato sequestrato dai carabinieri del nucleo investigativo di Napoli sul luogo dell’agguato incendiario: saranno estratte e caratterizzate le sostanze presenti sui materiali repertati.
L’obiettivo è anche individuare il punto preciso dell’automobile in cui è stata piazzata la bomba. Un’ipotesi più che fondata c’è già ed è contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare che ha spedito in cella Di Pierno. «Secondo la ricostruzione degli artificieri», scrive il giudice per le indagini preliminari Nicola Marrone, «le intenzioni di chi ha posizionato l’ordigno in un punto strategico, ovvero a ridosso del serbatoio del carburante tale da favorire l’incendio dell’autovettura a seguito dell’esplosione, erano quelle di ottenere la morte della vittima dell’attentato».
E ancora: «Allo stesso modo chi ha eventualmente azionato il comando a distanza ha ritenuto opportuno far esplodere l’ordigno in quel preciso momento in quanto la vittima era ancora a bordo della sua autovettura in marcia in un punto critico, il cosiddetto “vulnerable point”, per la manovra rallentata e la possibile fuga della vittima che, ancorché fosse nella strada verso casa, era ancora distante dal punto di abituale sosta».
Il giudice arriva a questa conclusione: «Appare probabile che il fallimento dell’attentato sia stato causato dall’incapacità del suo autore e dalla pronta reazione della vittima, ma gli effetti dello scoppio e il successivo incendio hanno concretamente messo in pericolo la sua vita».
Gli indagati avranno modo di fornire la loro versione dei fatti. (g.let.)
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