Cacciatore ucciso, pena dimezzata in appello

Torrebruna. Condanna ridotta a un anno e due mesi. Il difensore Cerella: «Ma non fu Meo a sparare»
TORREBRUNA. Cacciatore ucciso a Torrebruna durante un incidente di caccia: dimezzata dalla corte d'Appello dell'Aquila la pena per Roberto Meo, il cacciatore cinquantaduenne di Castelguidone ritenuto il responsabile della morte dell'amico Nicola Costanzo, 58 anni, di Torrebruna. Ieri la Corte ha escluso l'aggravante riducendo la pena per omicidio colposo da due anni a un anno e due mesi. Parzialmente soddisfatta la difesa di Meo. «Ricorreremo in Cassazione», dice l'avvocato Antonello Cerella. «Non fu Meo a sparare il colpo che uccise Nicola Costanzo».
Meo finì a giudizio e condannato in primo grado dopo 5 anni di indagini e perizie. Costanzo fu ucciso durante una battuta di caccia in località Mattioni, frazione di Guardiabruna, il 2 novembre 2014. Roberto Meo, amico della vittima e compagno di tante battute di caccia, venne subito accusato. Un evento dolorosissimo che, a distanza di tanti anni, fa ancora soffrire la famiglia della vittima assistita dagli avvocati Guido Colella e Alessandro Orlando. «È stata una vicenda dolorosa», confermano a Torrebruna. Costanzo venne colpito da un colpo di fucile. Sette i periti che si occuparono con i carabinieri del Ris della ricostruzione della dinamica e analizzarono il proiettile. Il difensore di Meo, l’avvocato Antonello Cerella, da subito contestò la colpevolezza di Meo, insistendo sul fatto che a sparare il colpo killer quel giorno potrebbe essere stato un altro e non il cacciatore cinquantaduenne. Il giudici, sia in primo grado che in appello, sono arrivati alla sentenza dopo aver ascoltato tanti tecnici e testimoni. La perizia balistica ha stabilito che il colpo mortale partì da una carabina e quel giorno nel gruppo di cacciatori erano in due a imbracciare un’arma del genere. Meo era quello più vicino e la sua posizione si è rivelata compatibile con la traiettoria del colpo. Il proiettile potrebbe essere stato deviato da qualche ostacolo. L’indagato e la vittima facevano parte della stessa comitiva e quella non era certo la prima battuta di caccia insieme.
La tragedia non fu scoperta subito, ma al momento di tornare a casa. Costanzo non si trovava. I colleghi, dopo aver provato inutilmente a rintracciarlo via radio, cominciarono a setacciare la collina e, poco dopo, fecero la scoperta. La tragedia sconvolse la piccola comunità dell’Alto Vastese. «È stata una vicenda dolorosissima per tutti», insiste l'avvocato Cerella, «ma non fu Meo a sparare». (p.c.)
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