Camera di Commercio, i giochi sono fatti

Ecco il piano della fusione: sede e segreteria generale a Chieti, la presidenza andrà ai pescaresi
CHIETI. C’è un accordo-chiave dietro la fusione delle Camere di Commercio di Chieti e Pescara. E’ quello tra gli industriali di Di Lorenzo e le piccole e medie imprese che, due giorni fa in giunta, ha messo fuorigioco il fronte del no (Cna e Confecenti) facendo passare la delibera della svolta. Ma il piano era già scritto a tavolino. Basta saper leggere tra le righe delle 8 pagine della delibera che, in un futuro molto prossimo, unirà le due città da sempre divise dal campanile per capire come andrà a finire. Ammesso e non concesso che tutto filerà liscio. La sede della nuova grande Camera metropolitana sarà certamente quella di Chieti, cioè la moderna struttura del Foro Boario. Anche la segreteria generale, sia nel momento di passaggio sia dopo, sarà targata Chieti. Ma questo fa dedurre che la presidenza non potrà che spettare a Pescara. In altre parole, l’asse tra il presidente uscente, Silvio Di Lorenzo e le Pmi, che ha spiazzato Letizia Scastiglia (Cna) e Enzo Giammarino (Confesercenti), spiana la strada della super presidenza di Daniele Becci, presidente dell’ente pescarese, e dà lo stop a chi più di ogni altro è favorito per la guida della Camera teatina. Cioè il costruttore Paolo Primavera che a questo punto rischia di finire fuori dai giochi come molti altri. In che senso? I tempi della fusione sembrano essere brevi. In delibera si legge che la fusione porterà il numero delle imprese socie a 96 mila, che manterrà i 107 dipendenti che risultano dalla somma dei due enti cugini, e che il voto congiunto avverrà prima della fine dell’anno. Che si traduce in: non c’è più tempo per eleggere il nuovo presidente della Camera di Commercio di Chieti. Basteranno 18 voti, su 27 presenti, per deliberare in consiglio la decisione presa dalla giunta. Se quei voti ci saranno, la fusione imboccherà una strada in discesa, con la convocazione del consiglio congiunto e la trasmissione degli atti a Roma. Ma c’è chi, come Giammarino, è convinto che i 18 voti alla fine non ci saranno. Staremo a vedere.(l.c.)

