Carichieti cambia nome Si chiamerà Banca Teatina

13 Maggio 2017

I sindacati discutono il piano industriale e dicono no a tagli indiscriminati

CHIETI. «Non ci sono stati i chiarimenti che ci attendevamo». Così Alessandro Roselli, segretario regionale della Uilca, commenta l’incontro di ieri a Milano tra il ceo di Ubi Banca Victor Massiah e i sindacati sulla riorganizzazione del gruppo. E in particolare sul ridisegno delle tre good bank Carichieti, Banca Etruria e Banca Marche, acquistate pochi giorni fa dal gruppo bergamasco al prezzo di 1 euro. Quello che al momento c’è di certo è che le tre banche cambieranno nome. Carichieti si chiamerà Banca Teatina Spa (con presidente Osvaldo Ranica, amministratore delegato Raffaele Avantaggiato e consigliere Maria Pierdicchi), Banca delle Marche diventerà Banca Adriatica Spa, mentre la nuova denominazione di Nuova Banca Etruria sarà Banca Tirrenica Spa.
Quanto al piano industriale, Massiah ha ribadito il contenuto del piano industriale che prevede risparmi per 200 milioni sul personale entro il 2020. Da farsi attraverso il taglio di un terzo dei 4.800 dipendenti in forza nei tre istituti (Carichieti ne ha 540 circa). Entro il 2020 dovrebbero dunque uscire 1.320 dipendenti. Prevista anche la chiusura di 310 filiali a livello di gruppo. Il tutto compensato da 900 assunzioni che si aggiungerebbero alle 200 già fatte nel 2016. Massiah ha rivendicato ai sindacati «la volontà di non fare alcun tipo di licenziamento» gestendo gli esuberi (di cui 530 già oggetto di accordo sindacale) con «esodi volontari, cessioni di attività o in altri modi». La procedura per la gestione della ristrutturazione e degli esuberi dovrebbe partire a giugno. I sindacati però non si sentono rassicurati dalle parole del ceo. «Questo progetto risulta particolarmente pesante per il personale, dato che si inserisce in realtà come le tre banche, dove già le lavoratrici e i lavoratori sono chiamati da anni a sacrifici enormi» hanno dichiarato all’uscita dall’incontro il segretario generale Uilca Massimo Masi, il segretario nazionale Uilca Fulvio Furlan e la segretaria responsabile Uilca Gruppo Ubi Claudia Dabbene. «Esprimiamo inoltre una grande preoccupazione e la nostra contrarietà ad eventuali cessioni di rami d'azienda». Preoccupazione che Roselli rilancia dall’Abruzzo: «Il piano è particolarmente oneroso per lavoratori chiamati da anni a enormi sacrifici. Siamo inoltre contrari a qualsiasi ipotesi di esternalizzazione selvaggia. Non vogliamo neanche ipotizzare che si possa arrivare con le esternalizzazioni a celare licenziamenti volontari».
Mancano però dettagli su come il piano possa impattare su Carichieti e sull’Abruzzo, una regione che negli ultimi anni ha già perso il 10% della base occupazionale del settore credito (circa 5mila gli addetti pre crisi). Prima dell’accorpamento nel gruppo era stato firmato un accordo per 69 esuberi. «Ora», dice Roselli, si tratta di valutare le cifre date da Massiah al netto delle 500 risorse complessive in uscita nel gruppo in base agli accordi sottoscritti. Resterebbero nel gruppo 800 risorse che bisogna trovare il modo di valorizzare». Per Francesco Trivelli (Fisac Cgil), «i numeri degli esuberi non sono numericamente scolpiti sulla pietra. Sono centri di costo tutti da discutere». E Trivelli sottolinea anche l’attenzione che Ubi Banca sta rivolgendo all’Abruzzo. «Se n’è parlato durante l’incontro. La nostra non è una regione di secondo livello», dice Trivelli, «abbiamo grandi aziende come Sevel, Honda e Pilkington rispetto ai quali la banca vuole diventare un player di livello nazionale con una forte specializzazione con l’export. Per questo occorre che anche la politica si faccia sentire. Intanto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni ha chiesto al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani «che vigili affinché la Commissione europea non faccia indebite pressioni su Mps, Popolari venete e Ubi per un taglio degli organici mascherato da una generica riduzione dei costi. Siamo convinti che le banche non possano e non debbano utilizzare le eccessive e spesso pretestuose raccomandazioni del Commissario europeo per la Concorrenza, Margrethe Vestager, come un alibi per tagliare indiscriminatamente nuovi posti di lavoro».