Carichieti, gli ex vanno al contrattacco

24 Novembre 2014

Dal caso Di Tizio, alle indennità per Codagnone e Marone fino ai crediti vantati verso Paglione, Repetto e Di Nicola

CHIETI. Carichieti, sveliamo le carte della difesa dell'ex Cda. Dal caso Di Tizio, alle indennità per Codagnone e Marone, passando per la posizione del prof Sanvitale, fino ad arrivare ai crediti a sei zeri vantati nei confronti di big dell’imprenditoria come Paglione, Repetto e De Nicola. In otto punti di controdeduzioni, i commissariati della Cassa vanno al contrattacco. Cercano di smontare le accuse del governatore Ignazio Visco per evitare una stangata firmata Bankitalia e Riccardo Sora. Ecco il primo punto.

IL COMPENSO A CODAGNONE. Marzo 2013: dopo dieci anni trascorsi alla guida della Cassa di Risparmio, l’avvocato Tito Codagnone lascia. Ora Bankitalia contesta agli ex “il compenso sostitutivo dell’indennità di carica riconosciuto all’ex presidente”, qualcosa come 200mila euro. Ma perché Codagnone andò via? Nel rapporto ispettivo 2012, Palazzo Koch, in riferimento alle norme anti-riciclaggio, segnala operazioni sospette. E tra queste spuntano “prelievi in contanti, datati 2009, da soggetto indagato per usura, a fronte della vendita di un bene immobile alla moglie del presidente della banca”. Codagnone si dimette. Ma dal verbale dell’assemblea dei soci Carichieti di qualche giorno dopo si legge che la banca rinuncia ad ogni azione verso l’avvocato lancianese e gli riconosce i 200 mila euro «pari al compenso che avrebbe maturato nel caso di permanenza sino alla scadenza dell’incarico». In altre parole, Carichieti avrebbe così evitato una lunga causa di lavoro.

L’INCENTIVO ALL’EX VDG. Il 26 luglio di un anno fa, il Cda Carichieti rivoluziona l’organizzazione interna. Il dg (ora ex), Roberto Sbrolli, prende il comando della Direzione Organizzazione mentre la Direzione Risorse sparisce insieme alla funzione dell’allora vice dg Giuseppe Marone. Il 18 settembre, sempre 2013, il Cda si pone però il problema del contenzioso che poteva aprirsi con Marone «derivante dall’obbligo di pagamento della retribuzione per l’intera durata del patto di stabilità», ovvero 10 anni. Così viene raggiunto un accordo conciliativo, sulla somma di 660mila euro, che evitò alla banca di corrispondere la cifra superiore di 724mila euro. La difesa degli ex aggiunge che, nella stessa seduta del Cda, venne anche soppressa la figura di vice direttore generale, che costava annualmente 229mila euro. E visto che Marone di anni ne aveva 43, sarebbe costato oltre 7milioni di euro per gli altri 24 anni d’attività che aveva ancora davanti a sè. Andiamo avanti con le controdeduzioni.

DI TIZIO E L’AZIONE MANCATA. Perché Carichieti non ha esercitato alcuna azione di responsabilità contro l’ex dg, Francesco Di Tizio? Parliamo della parabola della controllata milanese Flashbank e quindi di una presunta concorrenza verso la “casa madre” di via Colonnetta. La difesa dell’ex Cda è laconica: «L’azione di responsabilità, peraltro tutta da declinare in un ordinario giudizio civile di non breve durata, appariva, così come appare, priva dei necessari presupposti costituiti dall’accertamento di un danno rilevante per Carichieti e dal nesso di causalità tra la condotta omissiva e il danno stesso». Gli ex si basano su due pareri legali, il primo del professor Antonio De Feo, il secondo dell’avvocato Giancarlo Tittaferrante. Ma non risparmiano una stoccata all’azionista di maggioranza, la Fondazione, informata da Carichieti e che quindi «avrebbe potuto deliberare qualsiasi provvedimento conseguente». Ma non lo fece.

LE PARTI CORRELATE. Cioè componenti del Cda della Fondazione coinvolti in presunti conflitti d’interesse. Bankitalia contesta le posizioni di Rocco & Domenico Di Marzio e del prof Francesco Sanvitale.

Nel caso della storica azienda di calcestruzzi, l’ex Cda Carichieti precisa che si parla di finanziamenti «concessi da tempo, ossia da prima che la controparte diventasse “parte correlata”». Nel caso invece dell’ex presidente della Fondazione, Bankitalia contesta «l’acquisizione di garanzie insufficienti rispetto a un ampliamento dei fidi da 588 mila euro a 628mila». Ma i “commissariati” rispondono che «il valore di beni da acquisire in pegno (600 medaglie in oro e argento, dipinti, disegni, armi e oltre mille soldatini di piombo di fattura artigianale) era stato indicato in 130mila euro». In altre parole: le garanzie c’erano.

INFINE I BIG. Anomala gestione degli “incagli” riferiti ai gruppi affidati Repetto, Paglione e De Nicola, per le rispettive esposizioni di oltre 53milioni il primo, 31 milioni il secondo e 27 il terzo. E’ l’ultima delle grandi contestazioni che Bankitalia fa. Ma gli ex rispondono che: «La gestione degli stessi è sempre stata finalizzata sia al rientro delle esposizioni sia alla tutela delle ragioni di credito della Cassa». In particolare, per il gruppo Repetto, ovvero Pescara Project, «tale società ha quali fonti di rimborso il ricavabile dalla vendita di due assets immobiliari, un terreno a Francavilla e un complesso residenziale a Pescara». E per gli altri due gruppi, entrambi oggetto di un accordo di “ristrutturazione” con le banche, si è «provveduto ad affidare la pratica a primario studio legale per la tutela delle ragioni creditorie della Cassa».