Casa del bosco, l’assistente sociale finisce sotto processo disciplinare

8 Settembre 2026

Veruska D’Angelo è accusata della presunta violazione di sei norme del codice deontologico

PALMOLI

Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che sta seguendo il caso della famiglia del bosco, è finita sotto processo disciplinare per la presunta violazione di sei articoli del codice deontologico. Si arricchisce di un nuovo capitolo la lite che vede contrapposti mamma Catherine Birmingham e papà Nathan Trevallion da una parte e alcuni rappresentanti istituzionali dall’altra. Uno scontro nato lo scorso 20 novembre, quando i tre figli della coppia anglo-australiana – dopo il provvedimento del tribunale per i minorenni dell’Aquila – sono stati portati via dalla casa del bosco di Palmoli e trasferiti in una comunità protetta di Vasto. Una battaglia legale, a colpi di esposti, denunce e ricorsi, che va avanti da quasi trecento giorni e che sembra lontana da risolversi con il ritorno a Palmoli dei gemellini di sette anni e della sorella maggiore di nove.

IL PROCEDIMENTO

Ad avviare il procedimento è stato il collegio territoriale di disciplina dell’Ordine degli assistenti sociali della Regione Abruzzo. Il fascicolo è stato aperto dopo la presentazione di due segnalazioni. La prima, il 22 gennaio scorso, è stata proposta da Francesca D’Atri, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali, per «la necessaria verifica del corretto esercizio della professione» da parte della D’Angelo, anche per quanto riguarda «le dichiarazioni» da lei rilasciate alla stampa. Un esposto, a sette giorni di distanza, è stato poi depositato dagli allora difensori di Catherine e Nathan, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas. Secondo quanto sostenuto all’epoca dai legali, infatti, la D’Angelo si è mostrata «ostile» e «non ha svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo». In quel documento di otto pagine si parla di un «conflitto personale» e di una gestione «manchevole» nei confronti della famiglia.

L’ESPOSTO

Con l’esposto sono state smontate le ricostruzioni dell’assistente sociale sin dalla sua nomina, sottolineando anche la chiusura da parte della professionista ad alcune richieste che sarebbero arrivate dagli stessi bambini: la D’Angelo si sarebbe opposta non solo alla richiesta di telefonate con nonni e parenti, ma anche a quella di incontrare gli amichetti. Gli avvocati contestano pure le modalità degli incontri, con la scorta dei carabinieri, avvenuti nel casolare prima della sospensione della responsabilità genitoriale. Ma criticano anche la ricostruzione dell’intossicazione da funghi che, secondo loro, sarebbe stata fatta passare come un avvelenamento. Il cuore dell’esposto riguarda la presunta violazione del codice deontologico, in particolare degli articoli che vietano di imporre i propri valori personali agli assistiti. In una nota del 22 dicembre 2025 – quando i bambini sono già stati portati via – la D’Angelo scrive: «Educare significa anche porre dei confini e le regole, anche quelle sociali, non sono privazioni di libertà ma atti di cura». Fino a qui, una posizione legittima. Ma poi aggiunge: «Il privilegiare ad ogni costo lo sviluppo della sfera emotiva a discapito di quella cognitiva rappresenta una adulterazione che deve necessariamente portare alla difesa dei diritti dell’infanzia». Per gli avvocati, questa è la prova regina del pregiudizio. L’operatrice si sarebbe eretta a «censore», giudicando «sbagliato» un metodo educativo diverso dal proprio, forse meno normativo e più empatico, e decidendo di correggerlo con la forza dell’autorità pubblica. Per dimostrare che i Trevallion non sono pregiudizialmente ostili alle istituzioni, la difesa ha riferito che, durante un periodo trascorso in Emilia Romagna, la famiglia ha avuto contatti con i servizi sociali locali e con la procura. Come è andata? Catherine lo racconta così: «Queste donne meravigliose sono state estremamente disponibili». Nessuno scontro, nessuna fuga, nessun carabiniere alla porta. Secondo i legali, questo prova che l’irrigidimento c’è stato solo con la D’Angelo, a causa di un approccio che ha generato conflitto anziché fiducia.

UNA PRIMA VALUTAZIONE

Alla luce delle segnalazioni ricevute, dunque, il consiglio di disciplina ha deciso di aprire un procedimento perché «non sono stati ritenuti sussistenti i presupposti per consentire un’eventuale archiviazione immediata». Ciò può avvenire in due circostanze, ovvero quando «i fatti palesemente non sussistano» o se «le notizie pervenute siano manifestamente infondate». Da qui, la decisione di contestarle la presunta violazione di sei norme deontologiche. Le prime tre riguardano «i principi generali della professione», in particolare quelli in cui si afferma che l’assistente «considera ogni individuo anche dal punto di vista biologico, psicologico, sociale, culturale e spirituale, in rapporto al suo contesto di vita e di relazione»; «non esprime giudizi di valore sulla persona in base alle sue caratteristiche o orientamenti e non impone il proprio sistema di valori»; «riconosce le famiglie, nelle loro diverse e molteplici forme ed espressioni, nonché i rapporti elettivi di ciascuna persona, come luogo privilegiato di relazioni significative». Il consiglio di disciplina dovrà verificare anche l’eventuale violazione dell’articolo in cui si attesta che «l’assistente sociale, oltre a ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, è tenuto al rispetto della riservatezza e del segreto professionale nei rapporti con la stampa». Sempre secondo l’esposto presentato dagli avvocati, la D’Angelo non ha rispettato neppure la norma secondo cui l’assistente sociale «chiede al proprio datore di lavoro di essere sollevato dall’incarico, fornendo ogni elemento utile alla continuità del processo di aiuto, nel caso in cui l’interesse prevalente della persona lo esiga o quando, per gravi motivi, venga meno la relazione di fiducia». L’ultima violazione, anche in questo caso presunta, è stata individuata dal consiglio di disciplina e riguarda il rapporto con lo stesso Ordine professionale.

LA DIFESA

La D’Angelo avrà modo di respingere punto per punto le sei contestazioni che, se confermate, rischiano di sfociare in una sanzione disciplinare.

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