Cento sacerdoti per don Danilo

Orsogna, anche tre vescovi al funerale del giovane parroco che sapeva parlare al cuore dei fedeli
ORSOGNA. Voleva che il suo funerale fosse una festa e festa è stata: applausi composti, fiori bianchi, scampanio; perché alla fine, per chi crede, la morte è un passaggio da "vita a Vita", è l'incontro con lo Sposo. A fare da corona a don Danilo Belotti, il 48enne sacerdote morto mercoledì dopo una lunga malattia nell'ospedale di Chieti, c'erano un centinaio di sacerdoti, diversi religiosi, tre vescovi: Bruno Forte, arcivescovo di Chieti Vasto, che ha presieduto la celebrazione, monsignor Camillo Cibotti, vescovo di Isernia e monsignor Domenico Scotti, vescovo di Trivento. Innumerevoli gli amici che sono venuti da Chieti, Vasto, Torrevecchia Teatina, Scerni e, logicamente di Orsogna, paese dove vivono papà Peppno, mamma Mimma e la sorella Erica. La bara bianca, coperta di fiori bianchi, è stata portata a spalla dai suoi figli spirituali dalla chiesa di San Rocco, dove è stata allestita la camera ardente (e dove è stato collocato un maxi schermo per permettere a tutti di partecipare alla liturgia funebre) alla chiesa parrocchiale di San Nicola. Monsignor Forte non si è discostato dalle letture del giorno nel ricordare la figura del "suo" sacerdote, don Danilo incardinato nella diocesi di Chieti-Vasto ultimamente parroco a Caramanico, Salle e Sant'Eufemia da dove era arrivato da Torrevecchia. La prima lettura presa dal Qoèlet parlava delle vanità. In ebraico l'etimologia del termine Abele può essere anche vanità, nel senso di vita breve. «Danilo era l'Abele, il buono, il gradito agli occhi di Dio», ha detto padre Bruno che, commentando il vangelo di Luca che parla di san Giovanni Battista, ha detto di come anche don Danilo parlava di conversione, di ravvedersi, «voce di uno che grida nel deserto». È stato evidenziato come in momenti di difficoltà, e quello attuale lo è, «c'è bisogno di missionarietà e di profezia, di essere testimoni della verità, testimoni nel nostro tempo». È stata una festa, una riflessione sul senso della vita e della morte, e non stato un caso («il caso è l'alibi degli imbecilli», ha detto lo scrittore francese Georges Bernanos) che il salmo responsoriale di ieri ha detto: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» e ancora: «Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni». Don Danilo ha contato i suoi giorni come chi vive come non dovesse mai morire ma sa di vivere come se dovesse morire oggi stesso. Si è usciti dalla chiesa con gli occhi lucidi e il cuore pieno di gioia, sentimenti contrastanti in circostanze come questa; si esce anche con una certezza: don Danilo non ha lasciato soli questi suoi amici anzi, come alcuni ripetono, «ora è più presente che mai». Sapeva di essere malato don Danilo e ha affrontato la sofferenza con fede nella volontà del Signore. Aveva un sorriso sincero, uno sguardo penetrante, la parola mai sprecata ma ristoratrice; un uomo di fede capace di trasmettere ciò in cui credeva, devoto alla Madonna (migliaia lo seguivano a Medjugorje) e propugnatore dell'adorazione eucaristica (arrivavano anche in pullman per partecipare). Addio sacerdote carismatico.

