«Chieti onora Magno, Pescara lo ignora»

Nella città teatina avrà un’aula di tribunale intitolata, sulla costa invece i suoi libri vanno in rovina
CHIETI. A Chieti lo onorano, a Pescara lo ignorano. Il tribunale di Chieti gli sta per intitolare un’aula appena restaurata, la città di Pescara, dove trascorse l’ultima parte della sua vita, non riesce invece a salvare il Fondo Magno, la preziosa biblioteca monumentale di circa 5.000 titoli, raccolta dall’avvocato orsognese Pasquale Galliano Magno che difese i diritti della vedova di Giacomo Matteotti nel processo teatino del 1926.
E se è vero che il detto dice che “nessuno è profeta in patria”, quella del Fondoo Magno è una storia che grida vendetta. Tutto comincia quando il figlio dell’avvocato, Carlo Eugenio Magno, è costretto a chiudere lo studio in cui si trova la biblioteca.
Alla moglie, Marina Campana Magno, dice di vendere i libri, molti dei quali rari e pregiati, ma lei non lo fa. «Mi sembrò assurdo», racconta la signora, «distruggere in un attimo la testimonianza di un'epoca e di un personaggio storico d'Abruzzo. Mi sembrò doveroso prendere contatti con la Regione e il comune, oltre che con il Ministero, e cercare di salvare quello che a me sembrava un bene prezioso per la comunità. Il commento di mio marito fu lapidario: "Beata te, credi di vivere ancora a Milano. Tu non conosci gli abruzzesi. Di queste cose non interessa nulla a nessuno!". Mi sembrò un pessimismo eccessivo e iniziai un lungo lavoro di sensibilizzazione».
Iniziò così un’odissea di sette anni costata molto alla famiglia sia in termini economici (circa 45 mila euro) sia in termini di dignità, con la signora costretta a bussare a molte porte Al caso si interessarono anche realtà non abruzzesi, come il sindaco di Fratta Polesine, paese natale di Giacomo Matteotti, il sindaco di un paese della Calabria che si offrì di dedicare a Galliano Magno una sala lettura del suo comune e La Biblioteca di Storia Contemporanea di Roma. Ma alla nuora del celebre avvocato sembrava assurdo spedire il Fondo Magno in altre regioni. Parte così una lunga alternanza di "imminenti collocazioni" nel comune di Pescara e di richieste di comodati d'uso, «umilianti traccheggiamenti», li chiama la signora, che alla fine non portavano altro che a rimandare le soluzioni, con affitti, traslochi multipli e, da tre anni, giacenza in depositi, tutto a carico della famiglia. Arriviamo così al luglio 2015, «data in cui il direttore Licio di Biase prese accordi con il traslocatore per una eventuale consegna, con spese non a carico del Comune», ma «l'assessore ai beni culturali dichiarò di essere oberato dal lavoro e anche prossimo alle ferie». La delibera di giunta sarebbe stata pronta solo a fine agosto, anche se pare che da marzo stessero tentando di scriverla. Tentativo vano, perché poi non se né saputo più nulla.
Quando la signora torna a chiedere lumi, a novembre scorso, dopo sette anni, gli viene risposto che «la cosa si farà di certo, ma non è una priorità... Il tono», commenta la nuora dell’avvocato, «quello con cui alcuni rispondono a mendicanti troppo insistenti». E intanto, il deposito non è più disponibile a custodire i beni, la cui permanenza lì può portare al deterioramento. Perché non si fa avanti Chieti? (a.i.)

