Chieti, paura in centro: madre picchiata telefona al 112 e fa arrestare la figlia violenta

Una fotografa si scaglia sulla 68enne, poi picchia i carabinieri che intervengono per difenderla, la vittima finisce in ospedale: il racconto choc
CHIETI. L’atto più innaturale che una madre possa concepire si concretizza dopo un pomeriggio di paura e di violenza: consegnare la propria figlia a chi indossa un’uniforme e porta le manette alla cintura. È una madre di 68 anni e si trova nel suo appartamento, nel cuore del centro storico, quando telefona al 112. Non denuncia un ladro, non segnala un intruso. È disperata: chiede aiuto perché in casa sua non è più al sicuro.
Quando i carabinieri della sezione radiomobile di Chieti arrivano sul posto, la scena appare subito confusa. Davanti al portone non c’è la vittima ad attendere i militari. C’è un’altra donna, di 46 anni, la figlia maggiore. È in evidente stato di alterazione dovuto all’alcol. Alla vista della pattuglia, tenta una manovra diversiva: la ferma, gesticola, indica la direzione opposta, verso piazza Matteotti. «Non salite, è tutto a posto», dice, cercando di convincerli che la chiamata riguardasse una banale lite tra cani avvenuta più avanti. È un tentativo di depistaggio per coprire quanto sta accadendo al piano di sopra e impedire l'accesso alle forze dell'ordine.
I carabinieri non si lasciano convincere. Superano la donna, che cerca ancora di ostacolarli, e salgono le scale insieme ai vigili del fuoco e agli operatori del 118. Una volta entrati nell’appartamento, la situazione si rivela nella sua gravità. La madre è seduta al tavolo della sala. È lucida ma ferita: ha il volto tumefatto e le braccia segnate. Sul collo una vecchia cicatrice appare infiammata, segno che è stata colpita ripetutamente proprio in quel punto. La donna racconta di essere stata picchiata dalla figlia minore e indica la cucina.
In quella stanza si trova l’autrice dell’aggressione, quarant’anni, di professione fotografa. Anche lei è alterata dall’alcol. La presenza delle divise non serve a calmarla; al contrario, innesca una reazione immediata. Scatta in piedi e punta nuovamente la madre, minacciando di ucciderla e cercando di scagliarsi ancora contro di lei. I militari si interpongono fisicamente per proteggere l’anziana. A quel punto la quarantenne scarica la sua aggressività su di loro: inizia a colpire a pugno chiuso, si divincola con forza e riesce a salire sopra il piano cottura della cucina. Da quella posizione scalcia violentemente verso il basso, colpendo gli operatori a braccia, gambe e addome. Poi, con un movimento rapido, cerca di afferrare dei coltelli da cucina appoggiati sul mobile.
È il momento in cui l’intervento si trasforma in arresto. I carabinieri sono costretti a immobilizzarla e ad ammanettarla per garantire la sicurezza di tutti. Anche bloccata, la donna continua a scalciare e a urlare, rivendicando conoscenze importanti: «Io vi faccio vedere, ho l’avvocato migliore di Milano». Nel frattempo la sorella maggiore, salita dalla strada, decide di intervenire. Spinge i militari, cerca di forzare il blocco per entrare in casa e pronuncia una frase che rende l’idea del clima che si respira in quell’appartamento: «Mia madre merita di morire».
L’arrestata si getta a terra, scalcia lungo le scale del condominio, tenta di mordere i militari. Una sfuriata che prosegue anche nell’auto di servizio e nella caserma di via Ricciardi. La fotografa si rifiuta di scendere, poi minaccia di denunciare i carabinieri accusandoli falsamente di stupro. Una volta portata negli uffici, colpendo con una testata il monitor di un computer. Per ore continua a insultare il personale e urina nella cella di sicurezza, mentre la sorella, denunciata a piede libero, prosegue con le invettive. Al pronto soccorso di Chieti, i medici medicano l’anziana madre: la prognosi per le percosse subite è di sette giorni. Anche i due carabinieri hanno riportato lesioni e si fanno refertare.
La vicenda si conclude in tribunale ieri mattina. L’udienza si tiene davanti al giudice Enrico Colagreco. Il quadro probatorio è solido: ci sono i referti medici, la testimonianza della vittima, il racconto dei carabinieri che hanno subito l’aggressione. L’indagata, assistita in aula dall’avvocato Nicola Apollonio, si avvale della facoltà di non rispondere. Il giudice convalida l’arresto per i reati di resistenza, violenza, minaccia e lesioni a pubblico ufficiale. Le accuse per l’aggressione alla madre confluiscono in un fascicolo separato, ragion per cui il pm d’aula Natascia Troiano ritiene di non dover sollecitare l’applicazione di alcuna misura cautelare. E in assenza di una specifica richiesta da parte dell’accusa – come impone il codice di procedura penale – il giudice non ha il potere di disporre autonomamente misure. La quarantenne viene dunque rimessa in libertà. Meno di ventiquattr’ore dopo l’aggressione alla madre e le botte ai carabinieri, la donna lascia il tribunale senza alcun obbligo. Almeno per ora.

