«Com’era forte il mio Cus»

20 Luglio 2014

Di Tizio, giornalista e coach dei record, racconta le imprese di Menna, Bosso e le altre

CHIETI. Premetto che nella ormai mia lunghissima attività di giornalista ho sempre evitato di scrivere di basket, per evidenti conflitti di interesse visto che ho fatto parte di quel mondo sportivo, prima come giocatore, poi come allenatore. Questa volta faccio una eccezione, perché il mio intervento, più che un articolo, va letto come una testimonianza dovuta alle tante ragazze che hanno scritto la storia del Cus Chieti e della pallacanestro femminile a Chieti. Una storia che ha avuto un bruttissimo finale, con la squadra che non è stata iscritta per la nota questione scoppiata tra università e Cus, ma che nessuno può cancellare, per quello che ha rappresentato nella realtà cittadina.

A questo punto prima di andare oltre devo dire che il presidente del Cus Mario Di Marco mi ha fatto sapere che ci sono ancora margini perché la squadra del Cus possa rientrare nel basket nazionale, una volta risolti i gravi problemi di rapporti con l'Ateneo d'Annunzio. Ovviamente lo spero. Intanto però l'attuale realtà è che il basket femminile ha chiuso i battenti, dopo quasi mezzo secolo. Qual è stata la perdita per Chieti?

Sono uomo di sport, ma non ho mai legato l'onore di una città ad una vittoria o ad una sconfitta di una squadra che porta i colori della città. C'è anche la possibilità che una società ad un punto della sua storia possa decidere di finire, senza che questo rappresenti un dramma. Ma in questo caso è il modo che davvero offende, perché ignora proprio evidenti valori legati a tutto quanto la squadra di basket del Cus ha rappresentato per la città. Per entrare subito nel merito credo che sia innegabile che a monte ci sia stato anche un discorso di emancipazione del mondo femminile, certamente favorito a Chieti dalle ragazze che affrontarono quella che a quei lontani tempi appariva una sorta di sfida.

Per farmi subito capire cito una foto, risalente alla prima partita di basket femminile giocata a Chieti, nello scenario del campo la villa comunale nell'estate del 1967. Si può notare sugli spalti molta folla, con tantissimi militari presenti,richiamati più che dall'amore per il basket dal fatto che in campo c'erano giovani ragazze in calzoncini corti… Sembrano storie di un'altra epoca, ma chi le ha vissute può testimoniare che c'era davvero da lottare contro pregiudizi e atteggiamenti di chiusura verso lo sport femminile, che coinvolgevano anche alcuni genitori, assai contrari al fatto che le figlie facessero basket.

La passione, la determinazione delle prime giocatrici riuscirono a superare ogni ostacolo. Il Cus, nato come Cut, circolo universitario teatino, dalla prima partita giocata a Sulmona l'8 luglio del 1967, passò in brevissimo tempo alla vittoria nella serie B nazionale nel campionato 1970-71, guadagnando il diritto di partecipare allo spareggio per la serie A che si svolse a Ferrara, con squadre di Torino e Milano.

Il Cus non riuscì nella impresa di andare in A, come avvenne dieci anni dopo, quando una squadra fatta di giovanissime atlete locali, trascinate dalle gemelle Daniela e Fausta Bosso, perse di due punti contro il Viterbo in uno spareggio giocato a Caserta per la serie A1. A proposito di questa squadra, nella quale oltre alle sorelle Bosso giocavano Lucia Coppa, Marisa Di Filippo, Tiziana Di Genova, Francesca Di Luzio, Roberta Costantini, Annamaria Scarsi, Berta Di Marzio e Rosalba Miscia, credo che essa sia ancora detentrice di un record di più punti segnati in un torneo nazionale di basket femminile. Infatti il campionato venne vinto con una media di ben 96 punti a partita, quando ancora non c'era nel regolamento il tiro da tre punti.

Un record mai toccato da altra squadra nei tornei nazionali e che penso sia difficilissimo da battere. Tutto questo accadde con il Cus guidato da Roberto Di Carlo, quando la prima serie venne sfiorata più volte, serie A conquistata poi con l'avvento di Mario Di Marco che determinò una svolta nella organizzazione della squadra fino a farle conquistare il massimo palcoscenico del basket femminile italiano dove è rimasta per più di un decennio. Inoltre la squadra universitaria teatina ha partecipato a più edizioni delle coppe europee, traguardo mai raggiunto da altre squadre di qualsiasi altro sport.

Insomma ci sono stati risultati importanti, e il nome di Chieti e della sua università sono stati portati più volte all’estero, non solo in tornei ufficiali. Infatti il Cus ha avuto rapporti con società della allora Jugoslavia, con tornei giocati a Belgrado e a Spalato, con la Cecoslovacchia, con l'Ungheria e la sua alta scuola di Educazione Fisica, oltre alle gare ufficiali della Coppa Ronchetti e della coppa Europa con confronti con squadre della Grecia, della Francia, della Turchia, della Polonia e di Israele. Tutto questo è stato raggiunto dando moltissimo spazio a ragazze cresciute nel vivaio, o anche provenienti da città abruzzesi, come Pescara e Ortona. Impossibile fare tutti i nomi delle giovani che hanno vissuto l'esperienza sportiva nella fila del Cus, ma credo sia giusto ricordare quelle che da Chieti sono partite per andare a giocare in serie A: la prima fu Assunta Menna, acquistata dalla allora Secura di Roma per 4 milioni, somma che ci servì per pagare un intero campionato; poi fu la volta di Adriana Ansalone, destinazione Roma, di Annamaria Scarsi, Vicenza, delle gemelle Daniela e Fausta Bosso, Faenza, di Raffaella Di Cicco, Messina.

Tutte ragazze che con il basket hanno conquistato spazi e posizioni nella vita e che non hanno mai dimenticato quel periodo, al punto che oggi, e me lo hanno scritto in tante, vivono con dolore la situazione in cui la loro squadra è precipitata. Non può finire così, è stato il loro messaggio. Certo, non può finire così, come mi ha detto anche Mario Di Marco. L'impegno a ripartire c'è: ora bisogna solo renderlo concreto.

(* giornalista ed ex allenatore)