«Condannate il fratello a 10 anni e mezzo»

Pugno letale nel bar: per la morte di Mario il pm chiede la pena per Domenico. La difesa: va assolto, reagì a uno schiaffo
LANCIANO. Dieci anni e sei mesi di reclusione: è la richiesta di condanna del sostituto procuratore Michele Pecoraro, nei confronti di Domenico Tatangelo, 60 anni, di Castiglione Messer Marino, a processo in Corte d’assise a Lanciano per l’omicidio preterintenzionale pluriaggravato del fratello Mario, morto il 30 settembre 2015. L’avvocato difensore Antonino Cerella, ha chiesto invece l’assoluzione del suo assistito perché il fatto non costituisce reato, avendo Domenico reagito a uno schiaffo dato da Mario (eccesso di legittima difesa) e, in subordine, la riqualificazione del reato in omicidio colposo.
I FATTI. A processo si discute di ciò che accadde il 22 febbraio 2015 quando i due fratelli, Mario e Domenico Tatangelo, entrarono nel locale “Up and down”, a Castiglione Messer Marino. Qui al bancone iniziarono dalle 7 del mattino prima a bere alcolici e poi a discutere. Il diverbio sarebbe poi degenerato in spintoni e, secondo l’accusa, Domenico avrebbe colpito il fratello con due violenti pugni al volto che lo fecero cadere a terra. Mario si ruppe parte della calotta cranica, oltre a riportare fratture all’occhio e allo zigomo destro. L’uomo, incosciente, fu subito ricoverato a Pescara ma non si sarebbe mai ripreso del tutto fino a quando il 30 settembre 2015 morì “per complicanze plurime connesse alla marcata sindrome ipocinetica insorta in seguito al gravissimo trauma cranio encefalico”.
LA PROCURA. Requisitoria secca e precisa quella del sostituto procuratore Pecoraro che ha ricordato anche le testimonianze del proprietario del locale che parlò di spinte reciproche ma poi dei due pugni sferrati da Domenico che fecero cadere Mario all’indietro, sul pavimento, senza battere la testa anche al bancone. «C’è un nesso di causalità», dice Pecoraro, «tra i pugni, la caduta e il coma». Poi riporta la perizia fatta dal medico legale Pietro Falco a sostegno della sua tesi. «Falco», riprende Pecoraro, «ha evidenziato che fu la caduta a provocare lo sfondamento della calotta cranica e una violenta emorragia cerebrale che portò poi alla morte di Mario e che quest’ultimo aveva anche delle fratture sull’orbita e dello zigomo destro conseguenza dei pugni sferrati da Domenico. Nessuna responsabilità dei medici che lo avevano in cura. Furono i pugni sferrati da Domenico a provocare la caduta, il trauma cranico e la morte». Da qui la richiesta di 10 anni e 6 mesi di reclusione. Le parti civili, la moglie di Mario Tatangelo, Lina, rappresentata dall’ avvocato Antonella Franceschelli, e i due figli, rappresentati dall’avvocato Francesco Bitritto, hanno ribadito la richiesta di condanna.
LA DIFESA. Di tutt’altro avviso il legale dell’uomo - Domenico era assente ieri per la prima volta dall’aula - Antonino Cerella che ha parlato di eccesso di legittima difesa o comunque di omicidio colposo; Domenico non voleva di certo ammazzare Mario che «amava tantissimo, più di sua moglie», come disse lui stesso in aula tra le lacrime. Per Cerella nel capo di imputazione si è omesso di precisare che Mario colpì Domenico con uno schiaffo, un pugno e che quest’ultimo ha reagito sferrando due pugni al fratello che poi è caduto a terra. «È importante l’antefatto», precisa Cerella, «che giustifica la legittima difesa, forse eccessiva. Domenico non ha reagito con un’arma, un bastone, ma con un pugno. Poi Mario barcolla e cade, ma se fosse stato più lucido (i due erano ubriachi, ndc) non sarebbe caduto malamente. Le fratture tutte a destra (testa, occhio e zigomo, ndc) infine, sono compatibili con la caduta e non con i pugni». Ai giudici Cerella ha chiesto l’assoluzione, perché il fatto non costituisce reato essendo stata legittima difesa, o in subordine la riqualificazione del reato in omicidio colposo e il minimo della pena. Il 12 aprile la sentenza.
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