Condannati per gli scarichi dell’ex conceria

Rapino, 26 mesi ai titolari della Sagifur. Il giudice: falde acquifere inquinate con sostanze cancerogene
RAPINO. Colpevoli di disastro ambientale. Salvatore Giammario, 71 anni, e Antenore Gambacorta, 70 anni, entrambi di Rapino, sono stati condannati dal giudice Maria Isabella Allieri alla pena di 2 anni e 2 mesi e al risarcimento danni nei confronti delle parti civili che chiedono complessivamente 1.100.000 euro (cifra da stabilire in separato giudizio). Il pubblico ministero Giuseppe Falasca aveva chiesto per entrambi 3 anni di reclusione. La vicenda risale al 2005: l’ex conceria Sagifur di Rapino (Giammario legale rappresentante e Gambacorta liquidatore, difesi dagli avvocati Mirco D’Alincandro e Giuliano Milia), secondo la Procura, ha inquinato le falde acquifere con sostanze cancerogene dal 2005 al 2011. Una piccola Bussi. Ma questa volta c’è una sentenza che individua e punisce i responsabili. La Sagifur, in liquidazione dal 2005, secondo la Procura ha «cagionato un disastro ambientale. Condotta consistita nella contaminazione della falda acquifera sottostante, dove si depositavano sul fondo sostanze cancerogene, sotto l’effetto della forza di gravità e per l’assenza di luce e delle giuste condizioni di reazione, a causa di una negligente, imperita, imprudente gestione dell’impianto di depurazione, in cui venivano riversate le acque del ciclo produttivo». In questo modo «adulteravano le acque rendendole pericolose alla salute pubblica, dal momento che in alcuni pozzi della zona, ubicati a valle dello stabilimento Sagifur, venivano rinvenute sostanze inquinanti, tanto da indurre il sindaco del Comune di Rapino ad adottare l’ordinanza del 10 giugno 2011 e l’ordinanza del 15 maggio 2012 aventi a oggetto il divieto di utilizzo dell’acqua su tutto il territorio comunale». Ed è proprio il sindaco Rocco Micucci a parlare all’indomani della sentenza di condanna. «Abbiamo dovuto attendere tanto, abbiamo dovuto lottare molto, per avere giustizia, ma alla fine è arrivata», dice, «abbiamo lottato quando eravamo consiglieri di minoranza. Siamo stati accusati di creare allarmismo, mentre la gente moriva di cancro a Rapino, più che in altre parti. Avevamo purtroppo ragione. Poi ho continuato la battaglia da sindaco, non arretrando di un millimetro su questo problema, informando la popolazione che non ha più potuto prelevare acqua dai pozzi e spesso sentendomi anche incompreso, ma nella convinzione che dovevo fare di tutto per evitare ogni possibilità che altri si ammalassero di tumore, come il sottoscritto». Il Comune di Rapino, rappresentato dagli avvocati Manuel De Monte e Marcello Russo, ha chiesto un risarcimento danni di un milione di euro. Il proprietario di uno dei pozzi inquinati, rappresentato da Sergio Della Rocca ed Emidio Antonucci, ha chiesto 100mila euro. (f.d.)
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