Condannato per l’omicidio Daita va in Cassazione: sono innocente

18 Luglio 2020

D’Onofrio chiede l’annullamento della sentenza della Corte d’appello che gli ha inflitto 8 anni e mezzo «È stata legittima difesa: l’ho colpito una sola volta». L’avvocato: «La morte non è dovuta al pugno»

CHIETI. Dopo la pena ridotta da 13 a 8 anni e mezzo di carcere, Emanuele D’Onofrio va in Cassazione e chiede l’annullamento della condanna per l’omicidio preterintenzionale del giornalista Simone Daita. «Dalla lettura degli atti del processo e dalle risultanze dibattimentali non emerge quanto sufficiente per integrare il reato contestato, ma si palesa l’assoluta innocenza dell’imputato», scrive nel ricorso l’avvocato Roberto Di Loreto. L’operaio teatino di 28 anni, colpito con un pugno dalla vittima, reagì riducendola in fin di vita il 28 febbraio del 2015, in piazza Vico, nel cuore del centro storico di Chieti. Il 15 marzo dell’anno successivo, senza aver mai ripreso conoscenza, Daita si spense a 53 anni all’ospedale di Pescara.
Quella di D’Onofrio, secondo i giudici di primo e secondo grado, non fu legittima difesa ma un’aggressione. Una tesi respinta su tutta la linea dalla difesa. In primis, sottolinea l’avvocato Di Loreto, «la sentenza d’appello non appare corretta nella prospettazione per cui la morte sarebbe causalmente riconducibile alla naturale evoluzione delle lesioni riportate e alle patologie sopravvenute quali complicanze della grave emorragia cerebrale provocata dai colpi subiti. In realtà, come evidenziato dal consulente di parte, il nesso di causalità è stato interrotto dallo shock settico sopravvenuto, come ampiamente attestato nelle cartelle cliniche, che avrebbe appunto minato le capacità di recupero del paziente, provocando dunque un danno organico a livello cerebrale. La morte, dunque, è stata determinata da una infezione batterica del tutto indipendente dall’episodio del 28 febbraio del 2015».
Quella sera di cinque anni fa, D’Onofrio era al bar Bon Bon con gli amici. Molti clienti, per lo più ragazzi, si erano intrattenuti anche all’esterno. A un certo punto è arrivato Daita, «persona che spesso abusava di sostanze alcoliche», è precisato sulla sentenza di primo grado. Anche quella volta era «già alterato»: insultava tutti, mentre andava e veniva dal locale dicendo frasi sconnesse. In un primo momento l’uomo si è diretto contro un amico di Emanuele, che è riuscito però a liberarsene ignorandolo ed uscendo dal locale. Sempre secondo le testimonianze, Daita ha cominciato a infastidire D’Onofrio. Poi, lo ha chiuso spalle al muro e gli ha tirato un pugno. A quel punto il giovane operaio ha riposto: l’imputato parla di un unico colpo, ma per l’accusa la reazione è stata scomposta, esagerata e punitiva. «Appaiono sussistere tutte le condizioni compatibili con il riconoscimento della legittima difesa», insiste invece l’avvocato Di Loreto. «La sentenza di secondo grado ha omesso di considerare adeguatamente lo stato di estrema concitazione e di oggettiva paura nel quale versava l’imputato a seguito delle precedenti provocazioni e aggressioni, anche nei confronti degli avventori del bar, da parte di Daita, che, seppur in stato di ubriachezza, era risultato in grado di coordinarsi e muoversi, e dunque sferrare un pugno mirato al viso buttandosi addosso all’imputato». E ancora: «D’Onofrio ha messo in atto un’azione difensiva sferrando un solo pugno a fronte di un corpo che gli veniva violentemente e volontariamente addosso. Appaiono del tutto errate le considerazioni espresse in sentenza circa una presunta volontarietà di D’Onofrio nel fare del male a Daita laddove ben avrebbe potuto facilmente sottrarsi a tale sconsiderata aggressione soltanto ignorandolo. Ancor più non si comprende come la Corte abbia potuto escludere finanche la derubricazione del reato in omicidio colposo».