Confermati 12 anni all’allenatore pedofilo

26 Ottobre 2019

Furgiuele condannato anche dai giudici di secondo grado: «Abusò di nove piccoli atleti a casa, al campo e in trasferta»

CHIETI. Dodici anni di carcere all’allenatore di baseball accusato di violenza sessuale su 9 ragazzini tra gli 8 e i 13 anni. La Corte d’appello dell’Aquila conferma la condanna inflitta in primo grado a Riccardo Furgiuele, 53 anni, venezuelano d’origine e residente a San Giovanni Teatino.
È metà pomeriggio quando il presidente del collegio, Armanda Servino, legge il dispositivo. Furgiuele non c’è: resta nella sua casa di Sambuceto, dove si trova agli arresti domiciliari. E non ci sono neppure i genitori delle piccole vittime, lacerati da un dolore impossibile da lenire: solo un nonno ha avuto la forza di presentarsi all’udienza. Per capire il perché della decisione dei giudici sarà necessario attendere le motivazioni, che verranno depositate entro il 23 gennaio. Ma sin da ora appare evidente come la sentenza emessa lo scorso febbraio dal tribunale di Chieti (presidente estensore Andrea Di Berardino) non abbia lasciato margini a una diversa interpretazione dei fatti. Il procuratore generale Pietro Mennini aveva chiesto la conferma dei 12 anni di reclusione, mentre il difensore dell’imputato, l’avvocato Luigi Antonangeli, aveva puntato all’assoluzione «perché il fatto non sussiste».
Ha retto anche in secondo grado, dunque, l’impianto accusatorio del pm Giuseppe Falasca, che ha coordinato l’inchiesta portata avanti dalla squadra mobile di Chieti. In base alle indagini Furgiuele, approfittando del suo ruolo di allenatore, al quale i bambini erano affidati, ha abusato di nove di loro, in diverse circostanze e luoghi: ovvero in casa, sul pulmino dopo le trasferte, in auto al termine degli allenamenti, nel bar dell'impianto sportivo di Santa Filomena a Chieti, in una stanza d'albergo in occasione di una trasferta. Le violenze sarebbero avvenute fra il 2015 e il 2016 e fino a marzo del 2017.
Secondo i giudici di primo grado, «Furgiuele è stato autore non di gesti occasionali e furtivi, bensì di lunghe e intense relazioni abusanti. Ottenuta l’instaurazione di legami apparentemente autentici, egli si è subdolamente insinuato nelle pieghe dell’animo, fragile e in formazione, dei ragazzi, usando la seduzione come arma di conquista e selezionando i più soli e i meno integrati, manipolando, qui e là, carenze comunicative o affettive mediante regali, certo semplici, eppure utili a consolidare un pericoloso dominio psicologico, al quale si è integrato quello erotico». E ancora: «L’ampia scala su cui Furgiuele ha realizzato tali sopraffazioni, approfittando del suo ruolo di allenatore, non fa che accrescere la gravità dei fatti. Oltre alla vicenda fisica, i ragazzi hanno infatti subito ciò che non potevano capire, e cioè qualcosa di non assimilabile nella loro breve esperienza esistenziale, in cui il terribile è già accaduto e vi rimarrà per sempre».
Ieri, durante la sua arringa, l’avvocato Antonangeli ha ribadito quanto già sostenuto nell’atto d’appello. Nel ricorso si parla di «insussistenza dei fatti e comunque della prova di essi e della responsabilità dell’imputato, quantomeno al di là di ogni ragionevole dubbio». La sentenza impugnata «ha infatti ricostruito le vicende travisando le risultanze, svalutando (quando non valutando) le vaghezze dell’imputazione, le contraddizioni ed inverosimiglianze delle deposizioni, negligendo o immotivatamente rigettando le tesi difensive e non valorizzando né gli elementi oggettivi a discarico né l’assenza di alcun riscontro obiettivo esterno alle dichiarazioni accusatorie». Ma le accuse nei confronti di Furgiuele sono state giudicate credibili anche dalla Corte d’appello.