Cor-Tubi, Natale di attesa per 23 dipendenti a rischio

Incontro tra i sindacati e la direzione aziendale sulle prospettive di produzione Le parti sociali: «Le risposte non ci rassicurano, temiamo lo smantellamento»
ATESSA . Si è svolto nei giorni scorsi l’incontro tra sindacati e direzione aziendale della Cor-Tubi (ex Cornaglia), fabbrica che impiega 23 dipendenti e che realizzava, fino allo scorso agosto, serbatoi per i Ducato a metano. La commessa l’estate scorsa è passata ad uno stabilimento del torinese. Una situazione che, associata allo stato generale della produzione, preoccupa non poco le parti sociali. Oggetto dell’incontro era appunto il futuro aziendale dello stabilimento di Atessa.
«Purtroppo le risposte ricevute non ci rassicurano», spiegano Andrea De Lutis (Fiom), Amedeo Nanni (Fim) e Riccardo Nunziato (Uilm). «Non ci sono novità su nuove commesse, cosa che noi invece auspicavamo, e ci è stato prospettato il trasferimento di un’altra lavorazione, quella per staffe agricole. Ci è stato spiegato che si tratta di una lavorazione minore all’interno dello stabilimento, che impiega una o due persone, ma era lo stesso per i serbatoi del Ducato. Quattro persone in meno, in uno stabilimento che ne conta attualmente 23, sono un numero importante».
«Non vorremmo che questo sia l’anticamera per un disimpegno sul territorio da parte dell’azienda che vuole centralizzare tutto a Torino e nel nord Italia», proseguono i rappresentanti sindacali, «la sensazione è quella che stiano sfogliando la margherita e che pezzo dopo pezzo la fabbrica sarà smantellata del tutto». Uno scenario che i sindacati vogliono a tutti i costi scongiurare. «Siamo contrari a far portare via altre lavorazioni», rimarcano De Lutis, Nanni e Nunziato, «e se è vero, come l’azienda ha sempre sostenuto, che il valore aggiunto di questo stabilimento sono gli operai e la loro professionalità, lo si dimostri e si rispetti il lavoro di queste persone, non mortificando ulteriormente il territorio».
L’azienda aveva chiesto nei mesi scorsi la disponibilità degli operai a uscite volontarie dal processo produttivo o a trasferimenti. Ma si tratta di personale che in larga maggioranza è over 50 e che rischia quindi di ritrovarsi espulso per sempre dal mondo lavorativo. Attualmente l’azienda si regge sulla cassa integrazione Covid, ma la situazione non è destinata a durare a lungo. «Chiediamo di accentrare qui le lavorazioni», concludono Fiom, Fim e Uilm, «piuttosto che delocalizzarle. La fabbrica e i suoi dipendenti sono in grado di mantenere alto il livello di professionalità acquisito».

