Così Ari riscopre la “Papparella” povera e virtuosa

19 Aprile 2016

Erbe raccolte e preparate: il cibo di chi vive in parsimonia Il rito comincia adesso e si materializza durante l’estate

ARI. “Quande la fija me faceve le sagne le scrucche se sendeve a la mundagne” cantava così mia nonna ogni volta che le faceva, forse per rievocare la sua giovinezza ormai andata. Quando mia madre decide di fare la Papparella comincia a dirlo qualche giorno prima, come per avvisare tutti che da lì a poco si mangerà una delle cose più buone della nostra cucina cosiddetta “povera” ma che così non è.

La Papparella è un pasto che rimanda ad un tempo e a un mondo in cui alimentarsi era condivisione. Soprattutto un modo attraverso il quale la creatura umana rielaborava gesti tramandati dai padri da consegnare alle future generazioni. Se in Fisica la teoria degli specchi ha aperto nuove frontiere della ricerca, nella civiltà contadina questa esperienza esisteva da sempre, inconsapevolmente. La memoria, quindi, come osservazione, ripetizione e rielaborazione di gesti all’infinito. Da qualche anno, ad Ari, con l'arrivo della primavera alcune donne, di buon ora, si danno appuntantamento presso la chiesa di Sant'Antonio e tutte insieme vanno per le campagne del paese a raccogliere le erbe che servirano per la Festa della Papparella che si terrà in estate.

Le più anziane sono quelle più esperte e insegnano alle più giovani come distinguere le erbe buone da quelle cattive. Cascigne, papimbele, spranije, loffe de moneche, lengue de pechere, lengue de lebbre. Poi, dopo un lungo lavoro di raccolta, le verdure vengono poggiate un po' alla volta su lunghi tavoli per essere selezionate, pulite, una ad una, e depositate in grandi contenitori di plastica piene di acqua. Lì rimarranno in ammollo per tutta la notte per “stenerirsi”.

All'indomani vengono sciacquate, bollite, e poi tagliate finemente per essere conservate in appositi contenitori in attesa della festa. E' un lavoro di squadra molto laborioso e certosino. Le donne sono coordinate dalla più anziana e esperta: Giuseppina Santone, assistita da Loredana Santone, Concettina Cavuto, Odetta D'Alessandro, Silvia Costantini, Nelda Di Lello, D'Onofrio Elodia , Nicetta Di Pietro, Marina Fermi, Assunta Di Rico, Rosa Maria Petruzziello. L'atmosfera è rallegrata dalla irrestibile Elodia D'Onofrio e dalla sua devastante verve comica. La Papparella è un rito che celebra la creatività femminile e gli uomini hanno un ruolo da comprimari, semplice manovalanza.

Tommaso Costantini, appassionato di tradizioni e memoria storica del paese, offre gli spazi di casa. Gino Costantini è alla gestione del fuoco. Roberto Marascia è il jolly. Tutto accade sotto lo sguardo attento e compiaciuto di Camillo Di Felice e Massimo Costantini presidente del comitato festa. Questa è una manifestazione fortemente voluta e patrocinata dal sindaco di Ari, Marcello Salerno e dall'intera amministrazione. Convinti sostenitori che attraverso il recupero delle tradizioni enogastronomiche, della valorizzazione del paesaggio, della memoria storica, si possa generare un volano economico tale da far uscire queste piccole comunità dal languore in cui versano. Quando arriverà il tempo della Sagra della Papparella di Ari, le donne si ritroveranno di nuovo insieme. Con le loro mani impasteranno farina di Mais per la pizza de randinje. Altre friggeranno agli, “ bastardoni” e “ sardelle” che si uniranno a verdure e fagioli.

Tutto sarà amalgamato e diventerà una crema meravigliosa. A quel punto non rimarrà che sedersi, mettersi di fronte un piatto con questa pietanza meravigliosa, un buon bicchiere di “Rossipinti” della Cantina Ari, chiudere gli occhi, liberare le papille gustative e augurarsi un buon viaggio. Appuntamento ad Ari, c.da Sant’Antonio il 12 e 13 giugno.

*(regista)