De Raho: il fine della pena è il reinserimento in società

Il procuratore antimafia e il vicepresidente del Csm Legnini parlano del carcere Il messaggio di Forte: «Più attenzione per le condizioni di vita dei detenuti»
CHIETI. «Sono andato di recente in visita alla casa lavoro di Vasto: ho visto celle, sbarre e un giovane detenuto fuori di mente che non faceva altro che gridare interrottamente tutto il giorno. Questa sarebbe una casa lavoro? Credo che i primi a non ritenerla tale siano coloro che vi operano». È una «testimonianza dolorosa» quella che l’arcivescovo di Chieti Vasto, Bruno Forte, ha deciso di condividere con i relatori e la platea del convegno su carcere e giustizia di ieri pomeriggio all’università d’Annunzio, aperta con i saluti del rettore Sergio Caputi e dei presidenti degli Ordini di avvocati e giornalisti, Pierluigi Tenaglia e Stefano Pallotta. «Con chiarezza e sincerità ho denunciato questa situazione disumana, che rimonta a una legge di epoca fascista che deve essere assolutamente superata. E lo faccio di fronte a figure prestigiose del nostro ordinamento giudiziario». Ospiti della nuova Quaestio quodlibetales sono stati, infatti, il procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho e il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, oltre ai due autori del libro da cui ha preso spunto l’evento, la giornalista Rai Angela Trentini e il teologo sistematico Maurizio Gronchi. Il libro si intitola “La speranza oltre le sbarre” ed è un’inchiesta che parte dalle interviste fatte nel carcere di massima sicurezza di Sulmona dove si trovano detenuti che si sono macchiati di reati gravissimi. «Tema divisivo quello della pena», ha sottolineato Legnini, «e questo libro lo ha trattato offrendo spunti di riflessione che smuovono le coscienze. Aiutandoci anche a rispondere alla domanda posta da Papa Francesco: espiare una pena è giusto, non c’è dubbio, dice il Papa, ma a quale fine?» «La pena deve essere rieducativa. E la rieducazione va finalizzata a consentire al detenuto un reinserimento», ha sintetizzato il procuratore antimafia De Raho, rispondendo all’interrogativo. «Il cambiamento è possibile, ma bisogna investire», ha continuato il procuratore, «e penso anche a percorsi di lavoro per avvicinare il detenuto al reinserimento alla società». Sul carattere della pena non soltanto punitiva ma finalizzata alla riabilitazione hanno convenuto tutti i relatori. D’accordo anche su un altro principio basilare: la pena non dovrà mai ledere la dignità della persona e il suo diritto al rispetto e alla possibilità di recupero. Oltre alla dignità, c’è anche il tema della speranza, che non dovrebbe mai venire meno, anche dietro le sbarre. «Sono da sempre convinto che non può esistere una pena senza speranza. E mi riferisco all’ergastolo ostativo», ha detto il vice presidente Legnini, suscitando l’applauso della platea. «Mi ha particolarmente colpito una intervista riportata nel libro», ha continuato, «quella dove il detenuto dice che avrebbe voluto rivedere il cielo e le stelle». Il vice presidente del Csm ha infine espresso preoccupazioni circa l’iter della riforma delle carceri di Andrea Orlando. «Spero che la riforma si faccia. O che almeno se ne riesca a salvare i principi fondamentali», ha concluso Legnini di fronte a una platea gremita di magistrati, avvocati, docenti universitari e forze dell’ordine. C’erano, tra gli altri, il presidente del tribunale Geremia Spiniello, il procuratore generale Pietro Mennini, quello di Chieti Francesco Testa, quello di Sulmona Giuseppe Bellelli e il magistrato di sorveglianza Maria Rosaria Parruti.
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