Delitto Ciammaichella, la sorella: «Chi lo ha ucciso deve pagare»

15 Novembre 2021

Simonetta: «La sua vita segnata da un’infanzia difficile, aveva 10 anni quando morì nostra madre Ora voglio giustizia e sapere perché è stato ammazzato. I due indagati? Non mi ha mai parlato di loro»

CHIETI. «Chi ha ucciso Francesco deve pagare. Voglio giustizia». Simonetta Ciammaichella, imprenditrice e titolare di un bar pizzeria a Chieti Scalo, è la sorella del quarantenne trovato morto con una ferita alla testa, mercoledì pomeriggio, in un alloggio popolare di via Albanese. Simonetta accetta di parlare quattro giorni dopo quello che, secondo le prime indagini della procura, è stato un omicidio volontario. Gli indagati sono due: Cristian De Leonardis, 47 anni, il vicino che ha lanciato l’allarme telefonando al 118, e Silvia Capuzzi (57), che abita nella palazzina accanto a quella della vittima.
IL RITRATTO
«Francesco era tranquillo, non dava fastidio a nessuno», racconta Simonetta, 47 anni. «Era un po’ solitario, ma è sempre stato un bravo ragazzo. Dava poca confidenza, ma era comunque una persona solare e spiritosa. Purtroppo ha avuto un’infanzia difficile: aveva appena dieci anni quando è morta nostra madre, che da tempo era già malata. Da piccolo, dunque, ha sentito la sua assenza. E questo vuoto, nel corso della sua esistenza, lo ha inevitabilmente segnato. Ero io a occuparmi di lui». Da ragazzo, Francesco aveva un lavoro stabile. «A 18 anni, era entrato a fare il carabiniere. Mio padre avrebbe desiderato che facesse carriera, ma lui non è voluto restare nell’Arma. Negli anni successivi ha lavorato in cartiera, prendendo il posto di papà quando è andato in pensione. Nel momento in cui lo stabilimento ha chiuso, mio fratello è rimasto senza lavoro. E da allora ha avuto occupazioni saltuarie».
LA CASA DI VIA ALBANESE
«Quando aveva vent’anni», continua Simonetta, «Francesco ha conosciuto una donna molto più grande di lui, quella che sui giornali avete descritto come la sua compagna: era lei ad avere problemi di tossicodipendenza. Da quel momento si è allontanato da noi ed è andato a vivere nell’alloggio popolare di via Albanese: la casa era assegnata alla fidanzata, lui era solo ospite. Qualche anno fa lei è morta, ma Francesco non è voluto andare via. La nostra famiglia aveva un appartamento di proprietà, a Chieti Scalo, ma mio fratello ha scelto di rimanere in via Albanese. Diceva che lì si trovava bene e aveva i suoi amici».
L’ULTIMO CONTATTO
I contatti tra Francesco e i familiari non erano molto frequenti. «L’ultima volta», ricorda Simonetta, «ci siamo sentiti un mese fa. È vero, prendeva il reddito di cittadinanza. Ma non gli mancava niente. Non è vero che in casa non aveva neanche la corrente. Ripeto: vivere lì è stata una sua scelta. Nostro padre è venuto a mancare cinque anni fa e abbiamo venduto la sua casa: una parte dei soldi, naturalmente, è andata anche a Francesco. Lui stava bene: non era un barbone ai margini della società. Forse qualche persona che conosceva si è potuta approfittare di lui…», ipotizza la donna.
IL DELITTO
Quando le chiedi che idea si è fatta del delitto, la sorella della vittima risponde così: «Probabilmente conosceva chi lo ha ucciso. Sarà sorta una lite, anche per futili motivi. Sicuramente non hanno chiamato i soccorsi subito, altrimenti Francesco si sarebbe potuto salvare». Simonetta e suo marito Massimo Bellia chiedono giustizia: «Vogliamo sapere chi ha ucciso Francesco e perché. Lui non ha mai manifestato preoccupazioni, quindi escludiamo avesse nemici. Gli indagati? Non li conosciamo, né Francesco ci ha mai parlato di loro. È giusto che chi lo ha ammazzato si prenda le proprie responsabilità».
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