Delitto Daita, condanna definitiva: D’Onofrio sconterà la pena in cella

La Cassazione respinge il ricorso del giovane operaio teatino: inflitti otto anni e mezzo di reclusione Confermate le accuse della procura: «Non fu legittima difesa, ma un’azione esagerata e punitiva»
CHIETI. Diventa definitiva la condanna a 8 anni e mezzo di reclusione per Emanuele D’Onofrio, il giovane operaio teatino accusato dell’omicidio preterintenzionale del giornalista Simone Daita. La quinta sezione della Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato, 29 anni, fino a ieri sera incensurato. Nelle prossime ore, al massimo tra qualche giorno, D’Onofrio finirà in carcere: l’entità della pena non gli consente di poter ottenere misure alternative. L’operaio, colpito con un pugno dalla vittima, reagì riducendola in fin di vita il 28 febbraio del 2015, in piazza Vico, nel cuore del centro storico di Chieti. Il 15 marzo dell’anno successivo, senza aver mai ripreso conoscenza, Daita si spense a 53 anni all’ospedale di Pescara. Quella di D’Onofrio non fu dunque legittima difesa ma un’aggressione: ora a sostenerlo è anche la Suprema Corte, confermando la sentenza emessa dalla Corte d’Appello dell’Aquila che aveva ridotto i 13 anni inflitti in primo grado.
LA RICOSTRUZIONE
Quella sera di oltre sei anni fa, come ricostruito dai poliziotti della squadra mobile di Chieti, D’Onofrio era al bar Bon Bon con gli amici. Molti clienti, per lo più ragazzi, si erano intrattenuti anche all’esterno. A un certo punto è arrivato Daita, «persona che spesso abusava di sostanze alcoliche», è precisato sulla sentenza di primo grado. Anche quella volta era «già alterato»: insultava tutti, mentre andava e veniva dal locale dicendo frasi sconnesse. In un primo momento l’uomo si è diretto contro un amico di Emanuele, che è riuscito però a liberarsene ignorandolo ed uscendo dal locale. Sempre secondo le testimonianze, Daita ha cominciato a infastidire D’Onofrio. Poi, lo ha chiuso spalle al muro e gli ha tirato un pugno. A quel punto il giovane operaio ha riposto: l’imputato parla di un unico colpo, ma per l’accusa la reazione è stata scomposta, esagerata e punitiva.
I PUGNI AL VOLTO
I pugni sferrati dall’imputato – ha relazionato il medico legale Cristian D’Ovidio, nominato consulente dal pm Giuseppe Falasca – sono stati almeno due, «dotati di alta intensità». E proprio in questa direzione, l’accusa ha rimarcato la volontà di D’Onofrio di fare del male a Daita, provocandogli delle lesioni. La stessa accusa ha sottolineato l’abilità sportiva dell’imputato, che in giovane età – nella sua categoria – si era aggiudicato il campionato italiano di Light Sanda, sport di combattimento cinese simile al pugilato. La parte civile, rappresentata dagli avvocati Mauro Faiulli ed Enrico Raimondi, ha sostenuto come Daita fosse stato molesto ma non pericoloso: «Un uomo di corporatura così esile, che a malapena si reggeva in piedi, non poteva incutere timore a un ragazzo sportivo ed esperto di arti marziali. Quelli di D’Onofrio sono stati pugni violenti e precisi, scagliati con l’obiettivo di dare una lezione a Daita».
LA DIFESA
«Appaiono sussistere tutte le condizioni compatibili con il riconoscimento della legittima difesa», ha invece insistito l’avvocato Roberto Di Loreto, difensore di D’Onofrio. «Le sentenze hanno omesso di considerare adeguatamente lo stato di estrema concitazione e di oggettiva paura nel quale versava l’imputato a seguito delle precedenti provocazioni e aggressioni, anche nei confronti degli avventori del bar, da parte di Daita, che, seppur in stato di ubriachezza, era risultato in grado di coordinarsi e muoversi, e dunque sferrare un pugno mirato al viso buttandosi addosso all’imputato». E ancora: «D’Onofrio ha messo in atto un’azione difensiva sferrando un solo pugno a fronte di un corpo che gli veniva violentemente e volontariamente addosso. Appaiono del tutto errate le considerazioni espresse in sentenza circa una presunta volontarietà di D’Onofrio nel fare del male a Daita». Ma la Cassazione ha respinto il ricorso. Ora sarà la procura generale della Corte d’appello dell’Aquila a firmare l’ordine di esecuzione della pena.
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