Deportati, premio alla memoria

28 Gennaio 2016

Cerimonia in prefettura. E Vincenzo Camplone ripercorre i mesi dell’orrore

PESCARA. Consegnate in prefettura le medaglie d’onore alla memoria di tre cittadini deportati e internati nei lager nazisti: Vittorio Boccabella di Notaresco, Donato Perilli di Penne ed Eustachio Tarquinio di Tocco. I riconoscimenti sono stati consegnati dal prefetto Francesco Provolo. Tra i deportati ancora oggi viventi, spicca la storia di Vincenzo Camplone. Il 16 marzo 1945, 32 aeroplani sganciarono una pioggia di bombe dai cieli di Landau, nella Renania tedesca. Le schegge di un ordigno lo ferirono alla gamba destra. Sanguinante, fu soccorso dall'amico Mario Diani di Benevento che gli salvò la vita trasportandolo d'urgenza a Costanza su un treno-ospedale della Croce Rossa. Ma quell'episodio segnò il confine tra la vita e la morte per il deportato pescarese nel campo di concentramento tedesco di Ludwigshafen, sede di una fabbrica chimica che impiegava, all'epoca, 70 mila dipendenti. Camplone, 90 anni, nativo della Tiburtina, già presidente dell'associazione Combattenti e reduci, operava nell'azienda del Fuhrer come turnista alle presse per la produzione di ammoniaca, poi da oliatore e ingrassatore. A ottobre del 1943 fece il suo ingresso nella fabbrica dopo l’arresto, un mese prima, con altri 260 connazionali. Arruolato in Aeronautica come marconista, con destinazione Firenze, Prato e Verona, Camplone aveva 18 anni quando i tedeschi lo catturarono il 10 settembre di 73 anni fa a Castelfranco Emilia, (Modena), mentre si trovava sul treno che lo avrebbe ricondotto a Pescara. Arrestato con il teatino Giustino Mammarella, fu condotto a Ludwigshafen, dove rimase un anno «prima di essere trasferito, nell'autunno 1944, sulla linea Sigfried a scavare fosse anticarri profonde tre metri. Per sopravvivere a Bergzaben rubavamo patate». Da Bergzaben a Landau, dove sopravvisse non solo allo scoppio della bomba, ma anche a un’epidemia di tifo petecchiale: «Forse», azzarda l'ex Imi, militare italiano internato, «sopravvissi perché ero immune al tifo che mi contagiò da giovinetto negli anni della scuola industriale Di Marzio che aveva sede dove ora si trova il Conservatorio». Nell'agosto 1945 la liberazione da parte dei francesi e il ritorno a Pescara dalla madre Maria Di Matteo. Suo padre morì quando aveva 15 anni. Mise su un’officina elettromeccanica in via D'Annunzio e nel 1951 sposò Antonietta Di Fabio, di Spoltore: nacquero Giovanni, Maria e Germano. Tra i riconoscimenti ricevuti, la Medaglia d'onore del Quirinale e l'attestato di Volontario della Libertà.

Cinzia Cordesco

©RIPRODUZIONE RISERVATA