Detenuti assassini Libro-inchiesta sul loro lato umano

8 Giugno 2018

Dibattito oggi all’Università con il procuratore antimafia l’arcivescovo Forte e il vicepresidente del Csm, Legnini

CHIETI . È partito dalla Sicilia e arriva ora in Abruzzo il messaggio lanciato dai giornalisti perché si inizi a parlare di giustizia e pena con occhi diversi. Se la Sicilia è la terra dove la criminalità ha scritto alcune delle pagine più nere della cronaca italiana, l’Abruzzo è quella da dove quel messaggio per cui si diventi “cronisti di speranza” è stato messo nero su bianco nel libro-inchiesta “La speranza oltre le sbarre”, scritto a quattro mani dalla giornalista Rai Angela Trentini e dal teologo sistematico Maurizio Gronchi.
Libro che è lo spunto di riflessione dell’incontro formativo che si tiene oggi, alle 16, all’università di Chieti, alla presenza, tra gli altri, dell’arcivescovo Bruno Forte, del procuratore antimafia Federico Cafiero De Rhao e del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, e nel corso del quale sarà proiettato il videomessaggio inviato ai giornalisti da una delle “vittime” della mafia siciliana: Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone. Vittima anche lei, come i parenti di tutti coloro che la criminalità ha ucciso, di una visione culturale che va ribaltata e capace, come ha lei stesso affermato nell’incontro palermitano, di non odiare gli assassini di suo fratello e di essere pronta a perdonarli se, e solo se, tale richiesta venisse da una reale e convinta redenzione interiore. Ed è proprio il lato umano degli assassini quello di cui la cronaca deve occuparsi al di là dell’innegabile orrore e del male che i loro gesti sono capaci di realizzare. Per la prima volta, quindi, alcuni degli assassini dei giudici Falcone, Borsellino e Livatino, attualmente reclusi in regime di 41 bis del carcere di Sulmona, parlano in un libro-inchiesta che non chiede alcuna indulgenza, ma che apre ad una riflessione profonda attraverso il confronto con i parenti delle vittime, andando ad indagare gli aspetti umani e sociali che, ancora oggi, sono l’elemento di scelte che, per alcuni di loro, sembrano quasi “obbligate”. Quella realtà sociale che ancora oggi, da dietro le sbarre, fa dire a Domenico Ganci, figlio del boss Raffaele che proprio degli omicidi di Falcone e Borsellino fu uno dei mandanti: «Giudico la mia coscienza pulita perché ho inseguito tutto ciò che ho visto fare dai miei genitori. Ciò che per loro era giusto lo era e lo è ancora per me». Dovere di un cronista, oggi, è dunque anche quello di raccontare i risvolti umani della vita degli assassini, non per giustificarli, ma perché si conoscano le ragioni di scelte tanto scellerate. «Dal libro emerge come troppe volte», afferma monsignor Forte, «si sia voluta più una giustizia vendicativa che non una pena riabilitativa, tale cioè da condannare con fermezza il male, ma al tempo stesso offrire a chi lo ha commesso la possibilità di prenderne coscienza, di aprirsi a percorsi di pentimento e di nutrire, nonostante tutto, una speranza per il suo futuro».