Di Giammarco finisce a processo «Ha discriminato sette medici»

26 Novembre 2020

Il primario è accusato di abuso d’ufficio: «Escludeva ingiustamente i colleghi dagli interventi chirurgici e negava loro le ferie. C’era un clima vessatorio: alcuni sono stati costretti a presentare le dimissioni»

CHIETI. È accusato di aver «vessato ingiustamente» sette medici del reparto che dirigeva: li escludeva dalle operazioni chirurgiche e negava loro le ferie, instaurando in corsia un clima tale da costringerli a presentare le dimissioni. Il professor Gabriele Di Giammarco, pescarese di 63 anni, primario della Cardiochirurgia dell’ospedale di Chieti, è finito sotto processo con l’accusa di abuso d’ufficio continuato: la prima udienza, come disposto dal giudice Andrea Di Berardino, è in programma il prossimo 16 marzo.
I GUAI GIUDIZIARI Per il noto docente universitario è il terzo guaio giudiziario in pochi mesi: dallo scorso 27 ottobre si trova agli arresti domiciliari perché è accusato di far parte di un sistema di corruzione in cui valvole e protesi cardiache venivano comprate senza bando a un prezzo doppio rispetto a quello di mercato e i dispositivi medici erano dissipati di proposito per fare lievitare i guadagni delle imprese fornitrici. Lo scorso giugno, invece, il professore era stato già sospeso per un anno dalla cattedra universitaria per una storia di false presenze in ateneo. Di Giammarco, difeso dall’avvocato Leo Brocchi, respinge le accuse.
LE ACCUSE Tornando al rinvio a giudizio di ieri, l’inchiesta è partita lo scorso anno dalla denuncia di uno dei medici «vessati», Michele Di Mauro (assistito dall’avvocato Giulio Fierini), che è stato l’unico a costituirsi parte civile. A condurre le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani, è stata la guardia di finanza di Chieti. Oltre a Di Mauro, si legge sul capo d’imputazione, a subire le «condotte discriminatorie» sono stati anche i medici Giuseppe Vitolla, Sergio Cirmeni, Carlo Canosa, Marco Contini, Michele Roesler e Alessio Amico. Secondo il pm, Di Giammarco ha violato «i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione»: ha escluso «ingiustamente» i sette medici dagli interventi chirurgici, «inserendoli invece in continui turni di reperibilità» e non permettendo loro di andare in ferie. In questo modo, sintetizza l’accusa, «procurava ai medici, alcuni dei quali erano costretti a rassegnare le dimissioni dell’incarico, un ingiusto danno consistito nella perdita di occasioni professionali, in ragione dello scarso numero di interventi chirurgici programmati ed eseguiti».
LA DENUNCIA Michele Di Mauro è stato uno dei medici ad aver lasciato il reparto. «Con una lettera del 13 aprile 2017», si legge nella denuncia che ha portato all’apertura del fascicolo, «ho comunicato le dimissioni. Infatti, sin dai primi mesi della mia esperienza lavorativa (dicembre 2015) e durante lo svolgimento dell’attività e delle mie funzioni (nell’anno 2016 e nel corso del 2017), mi venivo a trovare in una situazione di forte disagio anche personale, dovuta ad un’atmosfera, all’interno di Cardiochirurgia, nient’affatto serena e altamente conflittuale. Con frequenza si verificavano polemiche e forti contrasti con Di Giammarco – il quale arrivava persino a urlare – sui turni, le ferie, il tipo di intervento e le prescrizioni mediche». La Asl ha accettato le dimissioni. Dopo qualche giorno, Di Mauro le ha ritirate spiegando «di aver preso la decisione di dimettersi in un momento di impeto». Ma non è stato sufficiente per tornare in servizio, dunque il cardiochirurgo si è rivolto al tribunale del lavoro di Chieti. Il giudice Ilaria Prozzo lo ha reintegrato, sottolineando come il cardiochirurgo fosse «sottoposto a una condizione di rilevante malessere emotivo che ne ha condizionato la volontà, imponendogli la scelta delle dimissioni come atto necessario per tutelare la propria salute». La decisione è stata poi ribaltata in appello.
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