Di Ilio e Del Vecchio condannati per falso

4 Novembre 2020

L’allora rettore nei guai anche per l’abuso d’ufficio legato alla cacciata di Capasso. Per l’ex dg cadono le altre accuse

CHIETI. Un anno e quattro mesi di reclusione all’ex rettore Carmine Di Ilio e un anno all’allora direttore generale Filippo Del Vecchio. Si è chiusa così l’inchiesta che, nel 2017, ha decapitato l’università d’Annunzio con l’interdizione dei vertici. La decisione del tribunale di Chieti (presidente Guido Campli, giudici a latere Maurizio Sacco e Chiara Di Gerio) è arrivata ieri pomeriggio dopo un’ora di camera di consiglio. Su entrambi gli imputati (pena sospesa e non menzione) grava la condanna per falso ideologico (riqualificata la contestazione originaria di falso materiale) in relazione a una convenzione con il Provveditorato alle opere pubbliche: nel mirino un atto difforme rispetto a quello deliberato dal consiglio di amministrazione dell’ateneo per interventi di edilizia universitaria.
Di Ilio e Del Vecchio, entrambi presenti in aula, sono stati invece assolti perché il fatto non sussiste da tutti gli altri reati loro contestati che vanno, a seconda degli episodi, vanno dalla violenza privata all’usurpazione di funzioni pubbliche.
Di Ilio è stato condannato anche per abuso d’ufficio per il decreto con il quale, senza avvisarlo sulla sua incompatibilità, al professor Luigi Capasso venne revocata la nomina a componente del consiglio di amministrazione della d’Annunzio. E così, secondo l'accusa, Capasso, che era anche direttore del museo universitario, non fu messo nelle condizioni di optare fra le due cariche. In altre parole: gli venne «arrecato un danno patrimoniale ingiusto», dal momento che l’ateneo pretese da lui la restituzione delle indennità percepite come componente del Cda. Una situazione della quale, sempre secondo la procura, avrebbe tratto vantaggio Del Vecchio poiché, estromesso Capasso, non fu possibile portare avanti il procedimento disciplinare che avrebbe potuto portare alla revoca dell’incarico al direttore generale. Del Vecchio per lo stesso reato, in concorso, è stato assolto.
L’ex dg e l’allora rettore sono stati entrambi condannati per il falso nello schema di convenzione con il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna: nell’atto falsificato, e dunque difforme da quello deliberato dal Cda dell’ateneo, venne inserito l’affidamento al Provveditorato delle fasi di progettazione, collaudo e direzione lavori delle opere di edilizia universitaria previste nel piano triennale 2015-2017 e che erano espressamente escluse dalla convenzione deliberata dal Cda.
L’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani, che aveva chiesto la condanna per entrambi a 2 anni e 8 mesi, prese le mosse da una denuncia presentata da Capasso, e portò nel marzo del 2017 all’emissione di un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici della durata di 6 mesi che, di fatto, determinò l’estromissione di Di Ilio e Dal Vecchio dall’ateneo abruzzese. Ad occuparsi degli accertamenti sono stati i poliziotti della squadra mobile di Chieti.
I difensori dei due imputati, gli avvocati Vittorio Manes e Donato di Campli per Di Ilio e Stefano Rossi per Del Vecchio, hanno annunciato ricorso in appello: le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni. «Su cinque capi d’imputazione è rimasto in piedi solo un falso, che noi sosteniamo non essere stato assolutamente commesso da Del Vecchio», ha commentato l’avvocato Rossi. «La vicenda si è molto ridimensionata».
Gli imputati dovranno risarcire in separata sede l’università, che si è costituita parte civile con l’avvocato Nicola Pisani e chiede un milione di euro.
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