Di Lello, la Cassazione fissa l’udienza

Un anno fa in appello condanna ridotta da 30 a 20 anni per la depressione dell’imputato dopo la morte della moglie
VASTO. Omicidio D’Elisa: la Corte di Cassazione ha fissato a luglio 2019 il processo a Fabio Di Lello, 36 anni, il panettiere che il 1° febbraio 2017 uccise con tre colpi di pistola Italo D’Elisa, 22 anni, per vendicare la morte della moglie Roberta Smargiassi, 34 anni, investita e uccisa da D’Elisa. Il terzo e ultimo grado di giudizio per Di Lello si terrà davanti ai giudici della prima sezione. Saranno discussi sia il ricorso presentato dal procuratore di Vasto, Giampiero Di Florio, e sia l’appello dei legali di Lello, gli avvocati Giuliano Milia e Pierpaolo Andreoni. Il giorno esatto sarà comunicato alle parti a fine mese. Non è escluso che sia la stessa data in cui si è celebrato il processo d’appello: il 9 luglio.
Un anno fa all’Aquila la Corte d’assise d’appello ridusse la condanna per Di Lello da 30 a 20 anni. Le motivazioni sono state rese note tre mesi dopo in un documento di 30 pagine in cui viene analizzato ogni passaggio della tragedia bilanciando aggravanti e attenuanti. Il giudice estensore oltre che presidente allora della Corte, Luigi Catelli (ora è ad Ancona), ha tenuto conto dell’attenuante della condizione depressiva e ha eliminato l’aggravante della minorata difesa. Gli avvocati della difesa, Milia e Andreoni, hanno comunque deciso di presentare ricorso in Cassazione. Ma ad appellarsi è stata anche la Procura. In primo grado il procuratore Di Florio, chiese l’ergastolo e, in appello, il procuratore generale Pietro Mennini invocò la pena di 30 anni rifiutando la concessione delle attenuanti. Il verdetto arrivò il 9 luglio dopo 2 ore di camera di consiglio. Per dimostrare che Di Lello non aveva premeditato il delitto, i difensori mostrarono alla corte i filmati dell’incidente costato la vita a Roberta Smargiassi e quello dell’omicidio D’Elisa. Il presidente Catelli tenne conto della grave depressione seguita alla tragica morte di Roberta Smargiassi e diagnosticata all’imputato durante la detenzione. Una condizione mentale che, secondo la difesa, avrebbe smentito la premeditazione.
Fabio Di Lello sta scontando la pena nel carcere di Lanciano. È seguito da un padre spirituale e da uno psicologo. Entrambi stanno aiutando Fabio a uscire dal tunnel della disperazione psicologica nel quale era sprofondato per la perdita della moglie. Secondo indiscrezioni la fede l’avrebbe aiutato a superare mesi molto bui. Gli avvocati della parte civile preferiscono tacere. La famiglia D’Elisa non ha mai nascosto di essere rimasta sorpresa e sconcertata all’esito del giudizio d’appello.
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