E lui sfoga la sua rabbia negando il saluto al pm
L’ex re delle cliniche: «Come per Sanitopoli non commento la sentenza» Ma non degna di uno sguardo il procuratore che gli augura il buongiorno
CHIETI. «Io non commento la sentenza. Non l’ho fatto per Sanitopoli, non lo faccio ora». Esce dall’aula Matteotti con le mani in tasca ed i pugni stretti Vincenzo Angelini. E’ roso dalla rabbia e dal rammarico. Non voleva questo epilogo per lui devastante. Ma non parla. Non accusa. Non scoperchia altri pentoloni. Lo farà, ma non ora, Angelini che decide di assistere al verdetto entrando in aula mezz’ora prima che il giudice lo legga. E’ vietato categoricamente ai fotografi scattare immagini del momento fatidico. Angelini non batte ciglio mentre Patrizia Medica pronuncia quel numero a due cifre che pesa più di un macigno. Resta con lo sguardo fisso in avanti l’ex capo di un impero quando le parole “dieci anni” gli cadono sulla testa come la scure di un boia. E’ teso, ma non si lascia andare a nessun commento. In questo preciso istante, mentre i pm, Pietro Mennini e Giuseppe Falasca, non nascondono la soddisfazione e sorridono, dando le spalle all’imputato, e mentre il difensore, Gianluigi Tucci affiancato dai consulenti di parte, Sergio Spinelli e Pietro Iavarone, ripone mestamente le carte in un faldone, accade la scena più significativa del processo. Forse dell’intera parabola del grande accusatore diventato grande accusato. La scena è semplice. E’ un saluto che il procuratore Mennini pronuncia ad alta voce nell’aula piombata in un silenzio tombale. «Buongiorno a tutti», dice il magistrato. E tutti gli rispondono. Tutti tranne uno: Vincenzo Angelini che continua a guardare avanti a sé, senza degnare di uno sguardo il pm che gli ha dato la caccia, lo ha fatto arrestare e condannare. In quel saluto negato si cela il rancore dell’ex re della sanità privata che, nel 2008, s’era affidato totalmente nelle mani della procura di Pescara diventando una sorta di gallina dalle uova d’oro per magistrati come Nicola Trifuoggi, Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio. Ma dai magistrati ha poi ottenuto il peggiore dei trattamenti. Fino al punto di essere condannato ad una pena superiore a quelle dei politici che lo avrebbero spolpato. E’ difficile per Angelini accettare questo epilogo. E’ impossibile per lui elaborare il lutto di una condanna a dieci anni. In cuor suo non distingue la logica matematica di un processo dal sospetto di un piano preordinato dove l’unica logica sembra essere quella dell’usa e getta. Cioè del grande accusatore che diventa accusato e condannato quando ormai non serve più alla causa.
Non lo dice, Angelini, né lo dirà. Ma certamente lo pensa. Altrimenti è difficile spiegare quel ritardo di oltre un anno con cui la procura di Pescara inviò a quella di Chieti le carte della bancarotta. L’unico sfogo di Angelini, per ora, è un solo un saluto negato.

