Etica e spiritualità nel lavoro Forte: «Garantire sicurezza perché nessuno corra rischi»

5 Marzo 2024

L’arcivescovo: «Una responsabilità personale e collettiva verso i più deboli» Nel campus l’incontro con suor Alessandra Smerilli del dicastero Vaticano 

Domani, alle 16.30 nell’auditorium del rettorato dell’università d’Annunzio a Chieti, alla presenza del rettore Liborio Stuppia e dell’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte, suor Alessandra Smerilli, economista, segretaria del dicastero Vaticano per il Servizio allo sviluppo umano integrale, tiene una relazione su “Il lavoro: diritti, doveri, sicurezza”. L’invito è rivolto a chiunque sia interessato a queste tematiche, specialmente alla luce dei recenti episodi che hanno mostrato diffuse carenze sul piano della tutela della sicurezza sul lavoro. Alla viglia dell’incontro, pubblichiamo un intervento di monsignor Forte sull’argomento.
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di BRUNO FORTE *
La fede nel Figlio di Dio fatto uomo per condividere le gioie, i dolori, le fatiche e le speranze di ogni esistenza umana, attribuisce il valore più grande alla vita personale in tutte le sue espressioni: in questa luce va letto anche il lavoro, e cioè l’attività umana rivolta alla trasformazione della realtà in rapporto alla progettualità della persona e alla crescita della comunità, come luogo e strumento per affermare la dignità di ogni essere umano. È la Bibbia a mettere in luce il valore dell’attività lavorativa degli uomini, immagine di quella divina, attraverso il racconto dell’opera creatrice di Dio (cf. Gen 1,27s): al compito di governare la terra, si congiunge quello - non meno importante - di custodirla e proteggerla (cf. Gen 2,15). Il rapporto con l’universo è caratterizzato dal fatto che è l’uomo a dare il nome alle creature, inserendole nel suo mondo personale e in certo modo entrando in comunione con esse (cf. Gen 2,19). Con il dramma della colpa uno squilibrio si inserisce in tutti i rapporti, anche in quello fra l’uomo e il cosmo (cf. Gen 3,17-19): il lavoro assume gli aspetti di fatica e precarietà, che lo caratterizzano nella storia, e diviene l’oggetto di un precetto, da assolvere come dovere morale.
Questo lavoro faticoso è, però, fatto proprio dal Figlio di Dio incarnato, che dona così nuova dignità al lavoro umano: pur richiamando il profondo orientamento e la necessaria subordinazione a Dio e al suo futuro di ogni attività umana, il Nuovo Testamento evidenzia il lavoro come esigenza etica, da vivere con piena responsabilità (cf. 2 Ts 3,10-12; cf. 1 Ts 2,9; 1 Cor 9,1-12). Dal momento che l’eternità è entrata nel tempo, il tempo va vissuto in pienezza, con vigile impegno e saggezza. Secondo la testimonianza biblica, dunque, il lavoro è partecipato da Dio all’uomo perché in esso attui la realizzazione di sé nel mondo secondo il comando divino. Anche dopo il peccato, pur assumendo aspetti di fatica e di resistenza spesso tragica ed alienante, il lavoro conserva la sua dignità originaria, che viene riproposta e resa possibile in modo nuovo dal lavoro del Figlio di Dio e dal dono della sua grazia.
In questa luce, è possibile cogliere nel lavoro un triplice aspetto: anzitutto, in rapporto al soggetto, il lavoro è produzione, è cioè l’attività con la quale la persona interviene sulla trasformazione della realtà, per conformarla al suo progetto di autorealizzazione, in costante relazione e dialogo con la collettività umana. In quanto tale, il lavoro è il processo mediante cui la natura è trasformata in storia, perché è raccordata alla coscienza e alla libertà dell’essere personale, che, situandosi nel divenire, produce nuovi rapporti e modifica il mondo degli oggetti, affermando ed edificando sé stesso. In quanto implica il rapporto all’altro da sé, con tutto lo spessore della diversità e della resistenza che ne consegue, il lavoro è fatica, superamento della resistenza, e, nel mondo dei rapporti interpersonali, possibilità di dipendenza e di sfruttamento. Di fatto, la possibilità di identificazione della persona col proprio lavoro è praticamente inesistente per un numero enorme di esseri umani, che, nelle varie forme del lavoro dipendente, esercitando ruoli subalterni, spesso solo esecutivi, disarticolati e monotoni, si sentono e sono oggetto, più che soggetto del proprio lavoro. Infine, nell’ambito delle relazioni umane, il lavoro da una parte impegna la responsabilità personale e collettiva in vista di una partecipazione attiva e consapevole di tutti alla costruzione della casa comune, dall’altra esige la solidarietà verso i più deboli e l’attenzione ad essa connessa agli aspetti della qualità della vita per tutti, sul piano dei rapporti internazionali come su quello delle relazioni fra i vari gruppi sociali (cf. le Encicliche di Giovanni Paolo II Laborem exercens, del 14 settembre 1981, Sollicitudo rei socialis, del 30 dicembre 1987, e Centesimus annus, del primo maggio 1991).
Questo ethos della solidarietà nel campo del lavoro supera la semplice etica dell’intenzione, che fonda la moralità degli atti unicamente in base alla rettitudine della coscienza soggettiva, senza adeguatamente considerare gli effetti che essi producono nella storia e nella società o le situazioni di dipendenza che essi contribuiscono a mantenere o ad aggravare. Il fondamento ultimo di questo ethos sociale del lavoro è riconosciuto dalla fede cristiana nel rapporto stabilito fra il Dio trinitario e la storia dall’ingresso dell’eternità nel tempo, che mette al centro dell’opera divina tutto l’uomo e ogni uomo, nello sviluppo integrale della persona e della collettività. In questa luce, va garantita in particolare la sicurezza sul lavoro, affinché nessuno debba correre rischi o pericoli nello svolgimento della sua attività. Solo così il lavoro, vissuto con l’ethos della solidarietà responsabile, diventa crescita del tempo in direzione dell’eternità, che il cristiano può vivere come esperienza, liberamente donatagli dalla grazia, di crescita del dono dell’eternità nel tempo. La domanda che resta aperta è quanto questi aspetti etici e spirituali del lavoro siano presenti e vengano rispettati nei rapporti sociali e politici che fanno il nostro tessuto sociale. Imprenditori, sindacalisti, lavoratori e membri tutti della nostra società non dovrebbero esimersi dal rispondere con radicale onestà a questa domanda.
* Arcivescovo di Chieti-Vasto