Famiglia del bosco, ecco il camper della solidarietà: «Resteremo qui per un mese»

Arrivato il gruppo di attivisti a sostegno della famiglia: «La loro storia il simbolo di un sistema»
PALMOLI. Le ruote sporche di fango e i cerchioni segnati dalla ruggine raccontano chilometri di asfalto e di strade secondarie. Un camper degli anni Novanta staziona da ieri pomeriggio a ridosso della casa del bosco. Non è un veicolo di passaggio. Sulla fiancata sinistra, un manifesto rosso fissato con lo scotch ne qualifica la funzione: sotto il logo stilizzato di una famiglia, compare la scritta a caratteri cubitali «I figli non sono dello Stato». È la base operativa allestita da un gruppo di attivisti arrivati a Palmoli per sostenere Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, la coppia anglo-australiana la cui responsabilità genitoriale è stata sospesa, con il conseguente collocamento dei tre figli in una casa famiglia a Vasto dallo scorso 20 novembre. Da allora, i giornalisti hanno raccontato, giorno dopo giorno, la loro storia, testimoni di un caso che è esploso a livello nazionale. E così, anche l’arrivo di un drappello di attivisti scatena la ressa di cronisti, che per tutta la mattina hanno aspettato l’arrivo del camper «della solidarietà».
LA PROTESTA
In uno scenario rurale, dove il silenzio è solitamente rotto solo dai suoni della natura, questo vecchio Fiat Ducato è diventato il simbolo di una protesta. A organizzare il presidio è un gruppo di cittadini che intende mantenere il punto fisso per almeno un mese. I primi sette partecipanti provengono da zone d’Italia diverse: Torino, Roma, Livorno, Ascoli Piceno e Rieti. Una mobilitazione che aggrega persone mosse dalla contestazione verso le modalità di intervento istituzionale sui nuclei familiari. Tra i presenti figurano anche tre madri che hanno vissuto in prima persona l’esperienza dell’allontanamento dei figli; vicende distinte e complesse, con iter giudiziari propri e profondi. I manifestanti incontrano brevemente Nathan, rimasto solo nell’abitazione di pietra, per esprimergli solidarietà. Una stretta di mano, un abbraccio, qualche frase di ringraziamento.
LA PORTAVOCE
Debora Petrucci, 36 anni, di Rieti, tra le organizzatrici dell’iniziativa, spiega le motivazioni del presidio. «Siamo qui per sostenere il ricongiungimento, in primis, della famiglia del bosco, che è il simbolo di tutte le altre famiglie». Secondo l’attivista, i genitori «amano i propri figli, li rispettano, non ci sono mai state violenze e comunque hanno rispetto non solo dei loro figli, ma di ogni essere vivente, dalle piante agli animali. Questo deve essere difeso». La posizione del gruppo è di netta critica verso il sistema di tutela minorile: il caso di Palmoli, sostiene Petrucci, avrebbe fatto emergere «un sottobosco che era rimasto nell’ombra fino ad adesso», ribadendo la necessità di difendere l’unità familiare come valore sociale. «I bambini sono tutti uguali. E abbiamo tutti il dovere morale di proteggerli, di difenderli e di fare il loro bene. Sono il nostro futuro».
LA MOBILITAZIONE
Il sostegno alla coppia non nasce necessariamente da una conoscenza pregressa o dalla piena adesione allo stile di vita neo-rurale, quanto piuttosto dalla condivisione di principi ritenuti fondamentali. Petrucci riferisce di aver incontrato Nathan una sola volta, una sera, definendolo «una persona meravigliosa», e precisa che la rete di supporto si è consolidata anche attraverso i social network, catalizzatore dell’indignazione per la separazione del nucleo. «Non sono una neo-rurale, anzi, vivo in città adesso, però abbraccio i loro valori, perché sono fondamentali per una società migliore», aggiunge.
LA FORZA DEI SOCIAL
La dinamica aggregativa è stata rapida: «Alcuni si conoscevano, altri si sono uniti tramite social perché la separazione di questa famiglia, e per così tanto tempo poi, ha provocato una profonda indignazione in ognuno di noi. Quindi abbiamo sentito il dovere di fare qualcosa. Il padre non può fare il padre, la madre non può fare la madre: per noi non c’era bisogno di arrivare a questo. Non si doveva arrivare a tanto».
«PRESENZA DISCRETA»
L’obiettivo dichiarato è mantenere una presenza costante ma discreta, evitando azioni di disturbo. Il gruppo intende «sostenere Nathan che è rimasto solo per la maggior parte del tempo», garantendo un presidio fisico per un mese. «Non abbiamo assolutamente intenzione di disturbarlo, ma saremo molto discreti. Siamo qui. A sostenerlo con la nostra presenza», assicura Petrucci. Se la situazione non dovesse evolversi e «se le cose non si smuovono», gli organizzatori non escludono di spostare la protesta in altre aree. «Siamo qui semplicemente a fare il nostro dovere non solo di cittadini, ma di esseri umani».

