Famiglia in fuga dalla guerra: «Ho messo al sicuro i miei figli»

Marta, una giovane donna, racconta l’odissea per lasciare Leopoli, arrivare in Polonia e poi in Abruzzo «Quando suonava la sirena ci rifugiavamo tutti in cantina, ho paura per mio marito rimasto in patria»
CHIETI. «Al terzo giorno di guerra abbiamo deciso di scappare via: l’abbiamo fatto per i nostri figli, Daryna ha 11 anni e Yustuna non ha neanche un anno, soltanto 11 mesi». Da una casa con le pareti gialle a Colle Sant’Antonio che si affaccia su Bucchianico e su Chieti, Marta racconta la fuga dalle bombe sui palazzi, la paura per il marito Dmytro che è rimasto a Lviv, vicino Leopoli, la speranza della pace. Ci ha messo più di 6 giorni che non finivano mai per arrivare dall’Ucraina a Chieti. Insieme a lei e ai suoi bambini ci sono anche la zia Svitlana, che è un medico, e il figlio di 7 anni, Vlad, che sul pavimento ha appena tirato su una città fatta di costruzioni di plastica: «È Leopoli», dice Vlad mostrando il pollice in alto, con un sorriso. «Spero che Daryna e Vlad possano andare a scuola», dice Marta, «sanno la verità ma sono bambini e ci chiedono quello che hanno sempre avuto».
L’ABBRACCIO Un aiuto a questa famiglia di scampati alla guerra è arrivato dall’associazione Noi del G.B. Vico di Chieti, con il presidente Luca Cipollone e la vice Monia Scalera, con una spesa di solidarietà: «Abbiamo fatto una colletta tra noi soci e hanno partecipato anche persone esterne all’associazione, torneremo ancora a trovare Marta. Saremo al loro fianco per sostenerli, anche per il disbrigo delle pratiche amministrative», promette Scalera. Anche il Comune di Bucchianico, con il sindaco Carlo Tracanna, è in prima linea per l’accoglienza.
IL RACCONTO «Insieme a zia Svitlana e ai nostri bambini, abbiamo provato a prendere un treno per arrivare al confine con la Polonia ma non è stato possibile: c’era troppa gente», racconta Marta, «una folla mai vista con persone accalcate, passeggini, animali. Sul treno che non abbiamo potuto prendere, una bambina di 11 anni è morta soffocata: in fin dei conti è stata una fortuna non essere saliti. Poi, siamo riusciti a prendere un autobus fino alla frontiera della Polonia: lì siamo rimasti fermi per 40 ore. Una volta passato il confine, una famiglia di origine ucraina che non conoscevamo ci ha ospitato: ci ha dato da mangiare e ci ha fatto lavare. Poi, abbiamo comprato i biglietti per Pescara e siamo partiti». Una liberazione.
LA FUGA Scappare dalle bombe è stato una necessità: «Quando abbiamo visto che i russi non bombardavano soltanto gli obiettivi militari ma anche i civili, abbiamo avuto paura e deciso di andare via. A casa nostra c’è una cantina e, per i primi giorni di guerra, quando sentivamo le sirene, correvamo a rifugiarci lì ma non è un bunker: è solo una cantina per tenere le provviste come le patate e vecchie cose; non si riesce neanche ad alzare la testa. E quando i bambini stavano dormendo era difficile entrarci in fretta. Se fosse arrivata una bomba, non sarebbe rimasto niente». Il suono delle sirene, sentito per la prima volta nei giorni scorsi, rimbomba ancora nelle orecchie: «È un suono spaventoso, provoca ansia, ti spezza il respiro. Le sirene indicano che sono partiti i missili ma nessuno sa dove arriveranno con precisione: perciò, se hai dei figli piccoli non puoi stare tranquillo. Mio marito mi ha detto: “Andate via sono più sereno”». Marta e Dmytro si sentono tutti i giorni per telefono: «È tremendo guardare in televisione le immagini delle bombe sui palazzi. Lì abbiamo lasciato tutto, soprattutto i nostri affetti: ora le cose materiali non contano niente, conta soltanto che finisca la guerra e che i nostri figli siano vivi e sani. Ogni volta spero che Dmytro risponda subito al telefono: siamo sposati dal 2007, lo amo tanto ed è un padre stupendo».
FAMIGLIA DIVISA Dmytro Ladnytskyy, una laurea in informatica, è un piccolo imprenditore di autolavaggi ma, durante l’emergenza Covid, ha dovuto rimboccarsi le maniche e mettersi a fare il benzinaio; Marta Dzenzerska aveva un ristorante e, da poco, anche un negozio di abbigliamento. «Non eravamo ricchi ma non ci mancava niente, adesso è difficile andare avanti però siamo fortunati. Adesso, nella mia casa a Lviv, ospitiamo due famiglie dell’est Ucraina: sono arrivati dai posti in cui ci sono i combattimenti più violenti e sanguinosi». Per ora a Lviv è rimasta anche una figlia di Svitlana: presto potrebbe arrivare a Chieti anche lei.
GLI EROI DI PACE Marta racconta l’inferno e il dolore della morte: «Tanti ragazzi sono già morti in guerra, alcuni sono tornati senza vita nella nostra città, avvolti nelle bandiere ucraine gialle e azzurre: la gente li ha accolti in ginocchio e con la testa abbassata, sono eroi di pace. Spero che torni presto la pace: il giorno dopo me ne andrei subito a casa mia. Nei mesi scorsi, non pensavamo che potesse scoppiare la guerra: dal 2014 in Ucraina ci sono le bombe nel Donbass ma pensavamo che fosse una situazione limitata a quei territori, al fronte, senza missili e senza stragi di civili nelle città». Invece la guerra è arrivata anche tra i palazzi: «Mio marito è bloccato lì, per adesso non sta combattendo ma gli hanno insegnato a usare le armi e se servirà è pronto a farlo. In 130mila sono stati richiamati in Ucraina per difendere la patria».
LA CASA IN COLLINA Marta, Svitlana e i loro bambini sono a 1.800 chilometri di distanza: «Mia madre per 25 anni è stata sposata con un uomo di Chieti e vivevano in questa casa», racconta, «lui è morto a luglio; mia mamma pochi mesi dopo, a ottobre; entrambi sono stati vittima di un tumore. Non so per quanto tempo ancora avremo questa casa a disposizione ma non è importante. Forse», conclude Marta, «ci raggiungerà anche una mia amica con il figlio: ora vivono in un piccolo appartamento con tante altre persone ammassate. Non facciamo altro che piangere, piangiamo continuamente ma stiamo ricevendo tanto affetto: ne sono sorpresa e grata».

