Flacco e Di Pietro a processo

Il manager e l’ex direttrice rinviati a giudizio: abuso per i requisiti non posseduti
CHIETI. Dovranno dimostrare davanti a un giudice che la nomina di Sabrina Di Pietro al vertice amministrativo della Asl non è stata illegittima. Che il direttore generale Pasquale Flacco non ha violato alcuna regola nell’affidare alla professionista l’importante incarico, e che la stessa Di Pietro non si era inventata requisiti curriculari che non aveva pur di ricoprire l’incarico.
Flacco e Di Pietro sono stati rinviati a giudizio ieri dal giudice per l’udienza preliminare Luca De Ninis per abuso d’ufficio e la Di Pietro anche per falsa dichiarazione resa in occasione della sua assunzione alla Asl. La vicenda risale all’anno scorso, quando il manager Asl ha firmato la delibera 290 del 14 marzo che nominava la Di Pietro direttore amministrativo. Lo ha fatto, dice la procura, «nonostante fosse a conoscenza del fatto che la stessa non possedeva i requisiti dettati dalla normativa, con particolare riferimento al mancato svolgimento per almeno cinque anni di una qualificata attività di direzione tecnica o amministrativa in enti o strutture sanitarie pubbliche o private, di media o grande dimensione. In tal modo veniva intenzionalmente procurato alla Di Pietro un ingiusto vantaggio patrimoniale». Alla Di Pietro, inoltre, viene attribuita una falsa attestazione, perché non avrebbe mai svolto, come richiesto dalla legge, una «qualificata attività di direzione tecnica o amministrativa in enti o strutture sanitarie pubbliche o private di media o grande dimensione», visto che la struttura da lei diretta, l’ex Onpi di Caprara a Spoltore, non avendo l’accreditamento, non poteva considerarsi “struttura sanitaria”.
A sollevare il problema è stato consigliere regionale e presidente della Commissione vigilanza, Mauro Febbo. Il consigliere ha posto la questione non solo a livello politico, presentando un’interrogazione a livello di consiglio regionale, ma anche attraverso un esposto in procura.
Sia Flacco, assistito dall’avvocato Angelo D’Angelo, che la Di Pietro erano presenti ieri mattina in tribunale. L’avvocato D’Angelo era fiducioso dopo che il precedente gip, Antonella Redaelli, aveva rigettato la richiesta della procura di una misura interdittiva smontando le accuse. Fondandosi sui risultati di un parere legale, richiesto dalla stessa Di Pietro, il gip aveva detto che non era possibile configurare il reato dal punto di vista penale. Semmai la decisione sarebbe stata censurabile sotto il profilo amministrativo.
L’apertura di un’indagine a suo carico, ha fatto sì che la Di Pietro lasciasse l’incarico a fine luglio. «Si tratta», aveva detto in occasione delle dimissioni, «di una scelta sofferta ma ben ponderata, che scaturisce da un profondo rispetto per l’amministrazione pubblica, che ho sempre servito con dedizione e nel rispetto delle regole. Pur sostenuta dalla consapevolezza di aver agito con correttezza e trasparenza circa il possesso dei titoli necessari a ricoprire l’incarico, non posso tollerare di essere pesantemente etichettata come un’usurpatrice, tantomeno che la mia presenza possa diventare motivo di imbarazzo per l’Azienda». Se ne riparlerà il prossimo 5 dicembre, quando partirà il processo.
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