Francavilla parla la sindaca: «Coprifuoco incostituzionale, la mamma del ferito è contro»

11 Ottobre 2026

La sindaca dopo le pugnalate in strada: «Non si puniscono tutti per i comportamenti di pochi»

FRANCAVILLA AL MARE

Se avessero detto a Luisa Russo, nel pieno dei suoi 16 anni, che dopo le dieci di sera le era permesso uscire solo scortata dai genitori, quale sarebbe stata la sua reazione?

«Avrei reagito come ho reagito in consiglio comunale: ritengo quella proposta assolutamente non idonea ad affrontare il problema della violenza tra i ragazzi».

A 16 anni non l’avrebbe accettato. Oggi, da sindaca, lo dice ancora più nettamente: «Sono assolutamente ferma». Luisa Russo non vuole ragazzi chiusi in casa dopo le 22 per rispondere alle scorribande di pochi. «Punire in maniera generalizzata» un’intera generazione, sostiene, non risolverebbe il problema. A Francavilla al Mare un cuoco è stato pestato per razzismo e un sedicenne accoltellato da un ragazzino di 14 anni per motivi misteriosi, forse una sfida social. I responsabili sono stati già tutti identificati e denunciati.

Perché il coprifuoco, proposto dai consiglieri Giovanni Angelucci (Lega) e Rocco Cappelletti (Forza Italia), non è la risposta giusta?

«Serve un intervento più strutturale, senza incutere timore ai ragazzi, che devono sentirsi sicuri di andare per strada e vivere la loro vita. A 16 anni ero una ragazza seria e non avrei accettato una limitazione personale dovuta ai comportamenti di pochi. Una cosa voglio dirla».

Prego.

«Ho molta fiducia in questa generazione: sono ragazzi spesso più avanti di noi, nonostante le accuse che ricevono. Vanno seguiti e aiutati, non limitati per sporadici fatti gravi e violenti, che devono essere affrontati».

Francavilla al Mare è una città sicura?

«Sì, e non lo dico io. Lo dicono i dati forniti nel Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica che avevo chiesto e che il prefetto ha convocato il 16 settembre in Comune. Il questore ha illustrato numeri che indicano una diminuzione della criminalità a Francavilla al Mare e nella provincia di Chieti».

Questo significa che si può abbassare la guardia?

«Non dico assolutamente questo. Nel Comitato abbiamo ritenuto di aumentare i servizi mirati sul territorio, soprattutto la sera, per contenere quei pochi fenomeni che però producono una percezione di insicurezza molto alta».

C’è anche un altro dato oggettivo: nei vari episodi i responsabili sono stati individuati.

«Voglio ringraziare le forze dell’ordine. I carabinieri stanno facendo un lavoro eccellente. Intervengono subito e le indagini vengono svolte rapidamente. Nell’ultimo episodio erano sul posto dopo un minuto e il responsabile è stato individuato immediatamente».

Poi c’è il tema delle conseguenze per chi commette questi fatti.

«È il tema della certezza della pena. Nel caso dei minorenni deve essere una pena rieducativa, finalizzata al recupero, ma dei segnali forti devono arrivare».

Lei ha sentito la madre del ragazzo accoltellato. Che cosa le ha detto?

«Stanno vivendo una sofferenza importante. Fortunatamente i danni fisici sono stati pochissimi, ma sul piano psicologico il peso è forte. Stanno facendo il loro percorso e la madre è convinta che i ragazzi non debbano avere paura di tornare in strada e di uscire, naturalmente con maggiore attenzione a ciò che accade intorno. In questo caso, per quanto mi è stato riferito, non c’era stato alcun contatto precedente e nessun motivo di diverbio tra aggressore e aggredito».

E sul coprifuoco che cosa pensa la madre del ragazzo accoltellato?

«Anche lei è assolutamente contraria. Ritiene che una misura del genere finirebbe per isolarli ancora di più dagli amici e dalla società e li renderebbe più timorosi nel momento del ritorno alla normalità. Anche per lei non è questa la strada giusta».

Nell’ultimo episodio, tra le ipotesi, c’è anche quella di una challenge, di una sfida sui social. Che cosa pensa di questo aspetto?

«È un tema molto serio. Le sfide sui social sono uno dei nodi più complessi della società contemporanea e vanno affrontate con grande attenzione. Possono rivelare forme di isolamento sociale, ragazzi che non trovano punti di riferimento e cercano riconoscimento e approvazione altrove, anche sulle piattaforme digitali. Per questo considero fondamentali l’educazione all’affettività e l’educazione digitale nelle scuole».

Quale ruolo devono avere le famiglie?

«Le famiglie vengono prima di tutto: devono seguire i figli, essere presenti, farli sentire ascoltati e accolti, coglierne il disagio».

E la scuola?

«Può fare un lavoro enorme soprattutto quando la famiglia non riesce a farlo».

Che cosa intende fare concretamente?

«Ho già convocato per la prossima settimana un tavolo tecnico con parroci, dirigenti scolastici, associazioni di volontariato, responsabili della neuropsichiatria infantile, psicologi e assistenti sociali. Dobbiamo costruire una rete capace di raggiungere tutti, offrire aiuto, educazione e punti di riferimento».

I consiglieri che avevano proposto il coprifuoco hanno annunciato che torneranno alla carica. Lei resta ferma sul suo no?

«Sono assolutamente ferma. Ritengo anche che possano esserci profili di incostituzionalità nel limitare in modo così generalizzato la libertà personale di un’intera fascia d’età, dove non esistono problemi tali da giustificare una misura simile. Questo non significa negare un problema di sicurezza: il problema esiste, va seguito e lo stiamo seguendo. Ma non è quello il modo».

In quale situazione potrebbe invece avere senso una misura eccezionale?

«Posso immaginarla in una situazione completamente diversa, per esempio se ci fossero due gruppi organizzati che preparano scontri in strada. Ma non è questa la situazione. Qui abbiamo avuto un episodio e si stanno ancora approfondendo i possibili moventi. E poi, molto banalmente, c’è anche un altro aspetto da considerare».

Quale?

«Gli episodi di bullismo o vandalismo non avvengono soltanto di notte o solo dopo le 22, ma in qualsiasi ora del giorno».

Alle famiglie, invece, che cosa chiede?

«Di seguire i ragazzi, sapere dove vanno, con chi escono e cosa fanno. E, quando serve, stabilire degli orari. Questo sì. Gli episodi che abbiamo visto devono essere un richiamo alla responsabilità di tutti gli adulti».

Rispetto a quando si è insediata, Francavilla al Mare è una città più sicura, meno sicura o non vede grandi differenze?

«I numeri forniti dal questore, non da me, dicono che è più sicura».

Che cosa ha fatto in questi anni l’amministrazione sul fronte della sicurezza?

«Direi un lavoro importante. Abbiamo bandito due concorsi per la polizia locale, assunto dieci persone e, nonostante i pensionamenti, siamo passati da 15 a 21 agenti, ringiovanendo anche il corpo. Dall’estate scorsa la polizia locale è armata e può svolgere servizio anche oltre le 22. Abbiamo installato 80 telecamere di videosorveglianza, investendo risorse comunali, e approvato in consiglio il Daspo urbano per dare alle forze dell’ordine uno strumento ulteriore».

Sul fronte dell’illuminazione pubblica?

«Da pochi giorni è partito il progetto per sostituire le luci gialle con luci bianche, proprio per migliorare l’illuminazione della città».

Le recenti aggressioni come vanno inquadrate?

«Restano fenomeni di disagio giovanile che non appartengono soltanto a questa città: sono problemi nazionali e, direi, anche mondiali. Ci sono gruppi di ragazzi che vanno seguiti e gestiti».

Come si affrontano?

«Bisogna intervenire soprattutto con prevenzione ed educazione, fermo restando che, quando si commettono reati, deve esserci certezza della pena».

Torniamo ancora al coprifuoco. Lei in consiglio ha fatto anche un riferimento al lockdown.

«È una misura che, durante l’emergenza Covid, era stata molto contestata proprio da chi oggi la propone. Allora però non si sapeva quale fenomeno si stesse affrontando. Con il senno di poi è facile dire quale sarebbe stata la terapia giusta. In quel momento probabilmente quella necessità c’è stata; oggi la situazione è diversa».

Se oggi avesse figli sedicenni, avrebbe paura a lasciarli uscire a Francavilla al Mare?

«No. Però li seguirei: vorrei sapere con chi escono, dove vanno, quali sono le loro compagnie. Cercherei soprattutto di ascoltarli, come ho fatto con i miei figli. Anche quando ero molto impegnata nel lavoro, li ho seguiti. Non è il tempo, è la qualità del tempo che si dedica ai ragazzi e ai propri figli a essere indispensabile».

È quindi una responsabilità che ricade soltanto sulle famiglie?

«No, e non vuole essere una condanna delle famiglie. Molto spesso il disagio nasce anche da nuclei familiari disgregati, da donne o uomini che si trovano soli e senza una rete sociale a cui chiedere aiuto e sostegno».

Chi deve intervenire quando quella rete manca?

«Le istituzioni, le scuole, i servizi sociali. In passato c’erano anche le parrocchie, luoghi nei quali si andava a parlare e a chiedere aiuto. Oggi molti di questi punti di riferimento si stanno indebolendo. Bisogna ricostruirli. Ci vuole davvero un grande lavoro di rete».