Giovane condannato a otto mesi per un video osceno su Whatsapp

22 Marzo 2023

Un teatino appena maggiorenne aveva pubblicato un filmato raccapricciante di sesso tra bambini All’inizio era finita nei guai anche la madre. La denuncia presentata da un compagno di giochi virtuale

CHIETI. Otto mesi di reclusione e 2mila euro di multa per aver pubblicato sullo stato di Whatsapp un video raccapricciante in cui tre bambini facevano sesso. È la condanna inflitta a un 22enne teatino, all’epoca dei fatti appena maggiorenne. La sentenza è stata pronunciata dal tribunale di Chieti (presidente Guido Campli, giudici a latere Morena Susi ed Enrico Colagreco), che ha derubricato l’accusa iniziale di «pornografia minorile» in «detenzione o accesso a materiale pornografico». L’imputato, difeso dall’avvocato Antonello D’Aloisio, potrà beneficiare della sospensione della pena e della non menzione.
L’INCHIESTA
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore distrettuale dell’Aquila Guido Cocco, è nata dopo la denuncia presentata da un giovane di Catania, oggi 28enne. «In quel periodo», ha raccontato il diretto interessato, «giocavo spesso online e, sulla mia rubrica telefonica, avevo aggiunto il numero di cellulare di un utente con il nickname “Touschiro”. Un giorno, tra le stories di Whatsapp, ovvero le immagini e i video che si cancellano dopo 24 ore, ho visto che quell’utente aveva pubblicato un filmato che ritraeva tre bambini, all’apparenza di sette o otto anni, che facevano sesso tra loro. A quel punto, attraverso un’applicazione del cellulare, ho registrato il video in questione; poi, sono andato dai carabinieri per denunciare l’accaduto». La prima a essere iscritta sul registro degli indagati è stata la madre dell’attuale imputato, essendo l’intestataria dell’utenza telefonica. Ma la donna, il giorno della perquisizione con il contestuale sequestro del cellulare, ha ammesso che quel numero era di uso esclusivo del figlio.
IL SEQUESTRO
Lo smartphone è stato poi analizzato dall’ingegnere informatico Davide Ortolano, nominato consulente dalla procura, che ha riferito di aver trovato all’interno del dispositivo una serie di chat di interesse per le indagini. In alcune di queste, infatti, l’imputato raccontava che a scuola veniva chiamato «il pedofilo» e, in un’altra conversazione, scriveva senza mezzi termini: «W la pedofilia».