Giuseppe ascoltato dai carabinieri «Io aggredito senza un motivo»

13 Febbraio 2021

Il giovane uscito dal coma sentito per la prima volta dagli investigatori nel centro di riabilitazione Ai militari ribadisce di non avere visto chi lo ha colpito alla testa da dietro: gli saranno mostrate le foto

LANCIANO. Giuseppe Pio D’Astolfo, il diciottenne aggredito lo scorso ottobre dietro l’ex stazione Sangritana, è stato sentito dai carabinieri di Lanciano. I militari, diretti dal maggiore Vincenzo Orlando, sono stati giovedì pomeriggio nel centro di riabilitazione “Villa Giulia”, dove il ragazzo è ricoverato da martedì scorso dopo aver trascorso due mesi e mezzo in una clinica nelle Marche. Il diciottenne è stato sentito dai carabinieri che indagano sull’aggressione avvenuta ad opera di cinque persone rom, di cui tre minorenni.
IL RACCONTO Giuseppe Pio D’Astolfo, dopo un mese di coma e altri due trascorsi in un istituto di riabilitazione lontano da casa, si è rimesso in piedi e ha iniziato a ricordare quanto accaduto la sera del 17 ottobre scorso dietro l’ex stazione Sangritana. A quattro mesi dall’aggressione, per la prima volta i carabinieri hanno potuto ascoltare dalla sua viva voce il racconto di quella sera. Giuseppe Pio che dopo il lavoro si ritrova con gli amici sugli ex binari, il brano musicale fatto ascoltare dalla cassa bluetooth, il gruppo dei minorenni che si avvicina alle ragazze, la discussione che si accende, il diciottenne che interviene per mettere pace e viene colpito. «Quella sera sono uscito per divertirmi», sono i ricordi di Giuseppe Pio, «stavamo alla vecchia stazione Sangritana e stavo ascoltando un po’ di musica. È venuto questo ragazzo e mi ha detto: “Oh abbassa la musica, abbassa la cresta”. Essendo pelato gli ho detto: “Guarda, i capelli non ce li ho, la cresta non l’abbasso”».
IL PUGNO D’Astolfo arriva in centro con il coinquilino 26enne, Anthony Gomez Brito, e la ragazza di questo. Dietro l’ex stazione c’è anche la sua ex fidanzata. Le ragazze iniziano a parlare e vengono affrontate dal gruppetto dei cinque. Ne nasce una discussione e parte un pugno in direzione del 26enne. D’Astolfo interviene per sedare gli animi -«Andiamoci a bere qualcosa insieme»- e si china a raccogliere lo zaino per andare via. Mentre è girato, viene colpito alla tempia. «La botta l’ho presa da dietro, non so chi mi ha colpito»: Giuseppe Pio ribadisce anche ai carabinieri di non aver visto chi materialmente ha sferrato quel pugno micidiale che lo ha mandato in coma. È questo uno dei nodi dell’inchiesta, che servirà a stabilire con precisione le responsabilità dei cinque indagati. Il 13enne (oggi 14enne) si è assunto la responsabilità del gesto, scagionando gli altri due minorenni. Per i carabinieri e la Procura minorile, invece, il cugino 14enne è stato parte attiva del pestaggio e ha incitato l’altro a colpire. «Ricordo la persona con cui ho affrontato la discussione, era alta quasi come me», dice ancora D’Astolfo ai carabinieri, «parlavano nella loro lingua, non capivo quello che dicevano ma ho percepito che incitavano a picchiare».
IL RICONOSCIMENTO Giuseppe Pio ricorda anche di essersi rialzato dopo il pugno e di aver fatto, piano piano, il percorso a piedi fino a casa, dove poi si è sentito male. I carabinieri lo hanno sentito su delega della Procura per i minori dell’Aquila, che indaga sui tre minorenni (per i maggiorenni, un 30enne e un 18enne, è competente la Procura di Lanciano). I militari ritengono che il suo racconto non si discosti molto dai reali accadimenti. D'Astolfo non ha fatto nomi durante il colloquio. Il prossimo passaggio sarà quello di mostrare al ragazzo delle foto segnaletiche, per tentare un riconoscimento degli indagati.
DANNI PERMANENTI Nell’istituto di Porto Potenza Picena (Macerata), Giuseppe Pio ha fatto rapidi progressi. «Il pugno gli ha portato molteplici conseguenze», sottolinea la madre, Paola Iasci, «qualcosa si potrà correggere, ma qualcosa resterà così». La famiglia D’Astolfo è convinta che ci siano punti oscuri della vicenda ancora da chiarire, per questo si è affidata all’avvocato Nicodemo Gentile. «Mio figlio ha preso tanti altri pugni, in senso figurato», dice mamma Paola, «come quelli degli “amici” che in quattro mesi non hanno mai domandato come stesse, gli stessi che quella sera non hanno chiamato subito i soccorsi».
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