«Ho scontato il mio debito Lo Stato non paga il suo»

Uccise l’anziana madre e adesso, dopo aver espiato la pena, invoca giustizia Ha vinto la causa per ottenere la paga da cuoco del carcere ma non ottiene nulla
CHIETI. Racconta il suo passato tempestoso con la poetica lucidità di un personaggio dell'Antologia di Spoon River. Lui, Pasquale Contini, è vivo. Eppure manifesta segni di totale distacco da un mondo come sepolto dalle sabbie di un'enorme clessidra. Non che all'ex detenuto per l'omicidio della mamma Pasqualina Bernabei, a Francavilla il 22 aprile 2001, manchino parole appropriate e ricordi nitidi, ma perché il narratore sembra essere un'altra persona, diversa dall'autore dell'accoltellamento mortale. Un'emozione però traspare dalla figura imponente dell'ex carcerato che ha saldato per intero il conto con la giustizia, e che esibisce tatuaggi sul braccio alla moda di una volta, quando a farsi trafiggere la pelle erano soltanto uomini con esperienze forti, spesso oltre il recinto della legalità.
«E' il rimorso per la morte di mamma, quello è tutto mio, non me lo perdonerò mai anche se non era lei che volevo colpire, ma mio fratello Giuseppe. E non certo a morte». Sulla notte fatale si sa tutto, compresi i retroscena familiari che però riaffiorano anche quando Contini racconta il Pasquale di oggi, che con il vecchio sembra condividere soltanto l'abitazione nel popolare quartiere di Filippone.
Paradosso delle vite difficili, esposte, Pasquale è oggi creditore della giustizia, la stessa che nel 2002 lo condannò a 14 anni di galera per il matricidio. Conto pagato perfino in anticipo, con tre anni defalcati per l'indulto e quasi quattro di sconto di pena per buona, anzi ottima condotta. Semplice e incisiva la descrizione del sopruso che lo Stato gli sta infliggendo, quasi come ritorsione per aver lasciato anzitempo il supercarcere di Sulmona dove è stato rinchiuso fino al 2008 negli ultimi sei anni di detenzione, dopo passaggi in altre case circondariali della regione. «Praticamente subito», racconta, «chiesi di poter lavorare, e dopo mansioni alle pulizie riuscii a farmi assegnare alle cucine, avendo una certa esperienza come cuoco».
Lì viene assegnato fino alla scarcerazione definitiva, preceduta da un periodo di semilibertà. Alla fine, però, la somma passata dal ministero si rivela insufficiente rispetto alle prestazioni lavorative svolte spesso anche per oltre 10 ore al giorno.
«Alla fine», stavolta è l'avvocato Fabio Cantelmi di Sulmona a parlare, «il giudice del Lavoro, Ciro Marsella, liquidò le spettanze in oltre 13mila euro, ben oltre la cifra riconosciuta dallo Stato al mio cliente. La sentenza è del 2011», spiega l'avvocato, «è esecutiva perché mai impugnata, ma ogni atto legale per riscuotere le spettanze del mio cliente è stato inutile. Se il ministero della Giustizia che non riconosce nemmeno le sentenze dei suoi giudici», è l'amara constatazione di Cantelmi, «significa che lo Stato di diritto è saltato».
A dicembre c'è stata un'interrogazione parlamentare di Gianni Melilla, di Sel, ma da Roma tutto tace. «Quei soldi non sono soltanto miei perché a dirlo è una sentenza», riattacca Pasquale, «ma mi servono come il pane». E non esclude, lui ora vittima di della stessa giustizia che aveva infranto con quell'omicidio all'alba, di uscire allo scoperto con un atto clamoroso, forse lo sciopero della fame. Un atto da uomo giusto, compiuto nella veste di operatore della Caritas di Chieti, per la quale lavora alla Casa dell'accoglienza di via De Lollis a due passi dal Marrucino. Un'esperienza, quella di volontario a favore di chi soffre, nata proprio nel supercarcere di Sulmona. «Erano molti, troppi», racconta, «i detenuti poveri, abbandonati dalle loro famiglie, incapaci anche di far valere i loro diritti più elementari. Mi facevo sentire fino alla direzione, chiedendo per loro viveri, vestiario e altri conforti». Pasquale Contini ha scoperto anche di avere una vena letteraria. Mostra con orgoglio la bozza del suo libro in attesa di un editore, brevi scritti in prosa e versi ispirata dagli anni bui della cella. Titolo "Ero nei pensieri di Dio", l'incipit è da brividi: «Oso scrivere dell'amore, perché è attraverso l'amore che sono stato redento dall’abisso della morte».

