famiglia del bosco

I giudici dicevano: «Le urla sono simulate»

30 Aprile 2026

Nell’ordinanza di marzo il tribunale raccontava gli episodi avvenuti in struttura. Sui pianti e le crisi: «Sintomatologia potenzialmente volontaria e deliberata»

VASTO

Tutto simulato. Secondo il tribunale per i minorenni dell’Aquila, anche l’audio registrato all’interno della casa famiglia di Vasto non è reale. Così come le scene di urla, pianti, incubi notturni e, addirittura, l’enuresi involontaria di cui soffrivano i piccoli Trevallion quando la mamma viveva con loro nella struttura. I giudici non lo scrivono in maniera perentoria, ma lo fanno capire in più passaggi dell’ordinanza, datata 5 marzo, che ha portato all’allontanamento di mamma Catherine.

Ascoltando la registrazione, si comincia a vedere quel provvedimento sotto un’altra luce. Quella del pregiudizio. Nella ricostruzione giudiziaria del tribunale, la mamma è la regista e i suoi piccoli gli interpreti delle notti di angoscia in casa famiglia.

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Una manipolazione che si risolverebbe in una semplice equazione: quando la madre non c’è, i bimbi sono «gestibili»; quando c’è lei, no. Dunque, Catherine è la deus ex machina che fa pendere i suoi figli verso la sofferenza. I giudici lo scrivono nero su bianco: questa mamma rappresenta una «fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità».

Il tribunale arriva a una conclusione del genere attraverso alcuni episodi descritti dalle educatrici della struttura e raccolti nel provvedimento. È una partita che si gioca tra avverbi e condizionali, ma il documento, spogliato dei suoi ghirigori, è chiaro. Un passaggio è particolarmente esplicito, e indovinate chi è il protagonista? Il gemellino maschio della famiglia Trevallion. Le educatrici della casa famiglia raccontano i suoi episodi di enuresi, sempre «concomitanti con il distacco dalla madre per gli incontri legati alla Ctu (la perizia, ndr)», ma anche di «urla e pianti documentati con registrazioni sonore». Si riferiscono proprio all’episodio raccontato dall’audio di cui il Centro è entrato in possesso. E come interpretano quel momento di alta tensione? «La sintomatologia mostrata consiste in manifestazioni potenzialmente volontarie e deliberate», suggeriscono.

I giudici poi provano a correggere il tiro, sottolineando che «tuttavia» la condizione del bimbo «merita approfondimento e indicazioni specifiche da parte della Neuropsichiatria Infantile, dalla cui relazione emergono significativi indizi di un rapporto simbiotico con la madre». Dunque, anche ammettendo che l’enuresi, le urla e i pianti rivelino il vero stato emotivo dei bambini, per loro la colpa ricade comunque sulla madre e sul rapporto instaurato con il figlio. La famiglia, vale la pena ricordarlo, fino a prima del trasferimento forzato dei piccoli nella struttura di Vasto, ha sempre vissuto a stretto contatto, dormendo nella stessa stanza e passando insieme la maggior parte della giornata. Un altro passaggio interessante dell’ordinanza è quello relativo all’aggressione che i tre bimbi avrebbero compiuto contro gli educatori della struttura. Il malessere dei piccoli Trevallion in questo caso si sarebbe espresso attraverso la violenza fisica. In particolare, i tre avrebbero cercato «in tutti i modi» di «far del male alle due educatrici presenti, accusandole di essere delle “cattive persone”», si legge, «definizione che spesso utilizza la madre davanti ai bambini». Non c’è bisogno di scriverlo espressamente per far capire che, pure in questo caso, la colpa è della mamma.

Ma non è finita. Anche rispetto alle relazioni firmate dalla tutrice e curatrice speciale per i minorenni, Maria Luisa Palladino e Marika Bolognese, i giudici scrivono: «Alla condotta materna ha simmetricamente corrisposto quella dei figli, che se prima dialogavano serenamente con tutrice e curatrice, nell’ultimo periodo hanno preso a rifiutare ogni contatto, limitandosi a chiedere di rientrare a casa».

Anche nella registrazione il gemellino, dopo aver pianto a dirotto, confessa alla madre la nostalgia di casa. «Ho paura che non ci torneremo più», dice con la voce ancora rotta. L’ennesima scena orchestrata dalla madre per convincere le educatrici che i suoi bimbi devono tornare a casa, secondo la magistratura.

Il tempo trascorso in questa situazione, il dolore della separazione dai genitori, la lontananza dagli animali e dalla vita che conoscevano: nulla di tutto questo trova spazio nell’ordinanza. Un bambino può simulare una scena come quella registrata? Forse agli occhi di chi, volendo svelare a ogni costo l’inganno nel dramma, finisce per trovare ciò che cerca, anche quando non c’è.

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